Quali metriche per il Digital? Click vs. Conversioni | Digital Marketing


metriche per il Digital | Liquid |Alessandro Santambrogio | Digital MarketingUno dei vantaggi dell’utilizzo dei media digitali è rappresentato dalla possibilità di misurare ogni interazione. Vero. Ma il fatto di avere generato un’interazione basta come indicatore di successo di una campagna? o a misurare il ROI dei canali digitali? e, soprattutto, ha un impatto analogo sulle vendite?

Tre dei principali canali pubblicitari online sono Google Adwords, Display Advertising (i banner, per intenderci) e Facebook Ads e una delle metriche generalmente utilizzate per valutare il successo di una campagna è rappresentato dai click (o dal Click Through Rate – CTR).

Click Through Rate medi digital advertising | Liquid, il blog di Alessandro Santambrogio | Digital MarketingPrima di analizzare più in dettaglio il significato dei click nei diversi canali e vedere come le campagne influenzano il processo di vendita più a valle dell’azione immediata, può essere utile  una interessante grafica realizzata dal sito americano coull.com che ha consolidato da diverse fonti i CTR medi per canale per il 2013 / 2014.

 

 

 

Search Ads

Il metriche per il digital: serach ads | Liquid il blog di Alessandro Santambrogio | Digital Marketingdriver principale di crescita della popolarità dei Search Ads (+20% di introiti per Google) è rappresentato dalla contestualizzazione dell’offerta di una soluzione nel momento in cui un utente evideniza un’esigenza specifica attraverso una ricerca. Per questo motivo questo tipo di annunci pubblicitari hanno un CTR elevato (che, comunque, mediamente significa l’1,5% – 2% delle visualizzazioni) a fronte di costi per click più elevati della media del display ad.

Se ci fermassimo al CTR, verrebbe da pianificare esclusivamente Adwords! Ma questo canale ha un problema non indifferente: i volumi di click generabili. Certo, possono cambiare da settore a settore e, ovviamente, più investo più click ottengo. Tuttavia occorre considerare che i consumatori trascorrono sui motori di ricerca meno del 4% del tempo online. E ovviamente non tutto questo tempo è speso da tutti i consumatori per cercare il vostro prodotto. Già considerando queste cifre si comprende come la maggior parte del target potenziale possa sfuggire a questo canale.

Analizzando poi cosa succede ai click devo tenere conto della frequenza di rimbalzo, – ovvero di chi magari ha cliccato pensando di avere trovato una soluzione ma, appena arrivato sul sito, si rende conto di essersi sbagliato o che la soluzione non soddisfa la sua esigenza (oppure trova una pagina non idonea ad agganciare il suo interesse) – che riduce, a volte anche del 60 / 70% i click utili. Tradotto in termini umani, significa che solo lo 0,5 / 0,6% di quel 2% di CTR si trasforma da click a prospect interessato che prosegue con la navigazione.

Facendo un ulteriore passo in avanti va considerato il normale tasso di caduta nel passaggio dai prospect ai clienti acquisiti. Se consideriamo un ottimistico tasso di conversione del 10% possiamo arrivare a chiudere con un tasso di acquisizione clienti pari allo 0,05% (o meno). L’impatto sulle vendite, e quindi il Ritorno sull’Investimento, diventa quindi sensibile solo se i volumi di click diventano rilevanti.

Display Ads

E’ la forma più diffusa di pubblicità online, ma anche quella meno gradita ai navigatori, soprattutto quando diventa molto invasiva con formati come i pop up o i video must see prima del contenuto video ricercato. Inoltre il banner non è necessariamente allineato a soddisfare un’esigenza immediata ed esplicita come nel caso del Search e questo si riflette su CTR molto più bassi (anche 0,2 / 0,3%). Tuttavia le visualizzazioni sono generalmente molto elevate e questo si traduce in rilevanti volumi di click.

Tuttavia le ricerche mostrano come la percentuale di chi clicca in modo rilevante, sia scesa dal 6 al 4% degli utenti Internet nell’arco di due anni. E questa categoria è concentrata nelle fasce più giovane e più anziana della popolazione. Una ricerca sviluppata dalla società americana Quantcast ha messo in relazione il profilo di chi clicca con quello degli effettivi clienti (o perlomeno del core target) e i risultati sono sorprendenti:

click vs conversioni |Liquid il blog di Alessandro Santambrogio | Digital MarketingNel caso, per esempio, di un negozio online e di un’assicurazione, i profili di chi ha cliccato maggiormente sono concentrati nelle due fasce laterali della popolazione mentre, al contrario, i clienti, sono prevalentemente concentrati in quelle centrali.

Questo influisce, molto probabilmente, sulla frequenza di rimbalzo una volta che il click si tramuta in visita al sito (facendola aumentare) e abbassa il tasso di conversione da visitatore a cliente.

In sostanza, sono sempre meno quelli che cliccano sulla pubblicità Display e non è detto che chi lo fa sia effettivamente il target ricercato. Una situazione di questo tipo, pur in presenza anche di elevati CTR e click, può tradursi in una campagna poco efficiente per realizzare gli obiettivi commerciali.

Facebook Ads

Anche su Facebook sembra replicarsi lo stesso fenomeno che accade con la Display Ad, ovvero un maggiore coinvolgimento da parte di utenti non esattamente a target pur in presenza di Fan Page e campagne accuratamente profilate. Ho osservato questo fenomeno in due recenti campagne che ho gestito: una per un dolcificante e l’altra per un concessionario di macchine per l’edilizia.

Nel caso del dolcificante, il target primario è prevalentemente femminile con il baricentro nella fascia 25-44 (20% 25-34 e 20% 35-44) e due spalle con il 14% nella fascia 45-54 e 9% 18-24.

Facebook engagement a target | Liquid il blog di Alessandro Santambrogio| Digital MarketingTuttavia l’analisi degli Insight mostra un livello di coinvolgimento spostato verso le fasce di età più alte, dove si trova il 35% di Fan coinvolti a fronte di un 23% di incidenza, mentre dalle fasce core target, che pesano per il 40%, proviene solo il 26% degli utenti coinvolti. La fascia over 65, addirittura, mostra un livello di coinvolgimento del 7% a fronte del solo 2% della popolazione di fan.

Per il cliente che distribuisce macchine per le costruzioni e l’edilizia la campagna era focalizzata su un concorso per idee, rivolto a giovani dai 18 ai 30 anni. In questo caso il target era più ristretto e, in parte, differente da quello iniziale della Fan Page aziendale.

coinvolgimento premio cgt 80 | Liquid il blog di Alessandro Santambrogio | Digital MarketingIn questo caso la mappa del coinvolgimento ha mostrato una tendenza in parte contraria all’obiettivo della campagna: la fascia 18-24 ha generato il 28% del coinvolgimento vs. il 34% della popolazione mentre quella 25-34 ha risposto in modo più omogeneo (31% vs. 30% della popolazione). E’ invece salito al 16% il coinvolgimento della fascia 35-44 (vs. il 12% di popolazione) ed è addirittura raddoppiato il coinvolgimento della fascia 45-54 (8% vs. il 4% della popolazione).

Come ottimizzare?

Sicuramente la pubblicità online è un grande e florido business per gli editori (l’unico in  crescita a doppia o tripla cifra in questo periodo di crisi). Ma come fare in modo che sia un business anche per le aziende che finanziano questa crescita?

Il primo passo è quello di ampliare l’orizzonte delle metriche. Mediamente trascorrono 3,5 giorni da quando un utente che ha cliccato su un Search Ad diventa effettivamente un cliente di un negozio online (ammesso che decida di diventarlo). Se l’azienda opera nel retail tradizionale diventa più difficile tracciare questa conversione.

Inoltre, in alcuni casi, è stato rilevato come le conversioni stimolate dalla visualizzazione della pubblicità siano oltre 100 volte superiori a quelle generate dal click diretto. E il fatto più interessante è che questa proporzione ha un impatto anche sulla pubblicità tradizionale che non può stimolare click diretti.

Cosa significa tutto ciò? Che ottimizzare una campagna unicamente sui click (o il CTR) o sul Cost Per Click (CPC) potrebbe addirittura essere controproducente in termini di conversioni, e di conseguenza di capacità di generare business. Occorre quindi ampliare l’orizzonte e considerare metriche come la frequenza di rimbalzo, l’aumento di traffico organico al sito o proveniente da motori di ricerca in corrispondenza della campagna, i lead generati e, in ultima analisi, l’impatto sulle vendite per potere valutare l’effettivo valore di ogni click e di ogni visualizzazione.

Così come la comunicazione è sempre più integrata e interconnessa, anche le metriche devono evolvere verso la creazione di set più articolati e complessi in grado di rappresentare meglio comportamenti e scenari sempre più frammentati.

La sua presenza pubblicitaria è ottimizzata per ottenere risultati? Applicare il metodo  dell’Ecosistema di Comunicazione può migliorare l’efficacia della sua campagna anche del 30%. Per avere informazioni compili il modulo o invii una email a a.santambrogio@liquid-communication.it.


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2014: l’ecommerce vola a +20% | Digital Marketing


E-commerce, +20% nel 2014Secondo una ricerca effettuata da emarket.com, marketplace online per la grande distribuzione, il 2014 sarà un anno di boom per le vendite online, con una crescita del 20%.

Sotto la spinta dell’aumento della penetrazione di Internet ma, soprattutto, della crescita delle transazioni su dispositivi mobili, il 2014 dovrebbe spingere il settore a sfiorare il valore di 1.500 miliardi di dollari a livello globale. Una crescita che continuerà a doppia cifra almeno fino al 2018, quando il commercio online avrà superato quota 2.300 miliardi di dollari.

La ricerca prevede inoltre che nel 2015 avverrà il sorpasso dell’Asia sul Nord America dove la crescita è guidata dall’aumento della frequenza di acquisto vista la situazione di quasi saturazione del mercato. Ben diversa la situazione in Asia dove la crescita avviene su tutti gli indicatori: accesso a Internet, capacità di spesa e frequenza di acquisto. Star dell’Asia sarà la Cina, con una quota di oltre il 70% delle vendite online della regione.

E in Italia? Il 2013 si è chiuso con un aumento del 6%, segnando per la prima volta una crescita a una cifra,  e un fatturato totale di 22,3 miliardi di euro. A guidare la crescita una maggiore diffusione di Internet soprattutto nelle fasce più adulte della popolazione, tanto che l’82% della popolazione tra 11 e 74 anni ormai è connessa. Ma soprattutto la crescita delle connessioni mobile, che permette di accedere sempre e ovunque agli store online.

Non sorprende quindi che i settori più popolari siano il turismo e il tempo libero, con una forte crescita del gioco online. In forte calo invece l’editoria e il settore salute e bellezza.

Tra le tendenze del 2014 da tenere sotto controllo:

- la trasformazione dei Social Network (Facebook in testa) in siti di e-commerce con l’introduzione del pulsante Buy Now

- la trasformazione dei grossi player del settore come Amazon e e-bay in veri e propri motori di ricerca per reperire gli articoli desiderati

- la confluenza di online e offline, con l’integrazione crescente dei due canali, per esempio con la possibilità di vedere il prodotto in negozio, ordinarlo online e tornare nuovamente in negozio per ritirarlo

- l’introduzione di applicazioni e soluzioni cloud per l’utilizzo dei big data per potere elaborare in tempo reale analisi predittive utili nei processi decisionali

E IL B2B?

Secondo uno studio di Forrester Research, circa il 50% delle aziende B2B statunitensi utilizza l’ecommerce per acquisti e vendite di materie prime o prodotti finiti tra partner commerciali.

QUALI OPPORTUNITA’?

Per le aziende italiane l’e-commerce è una leva strategica per l’internazionalizzazione, anche se c’è ancora molto da fare per sfruttarla appieno.

Le imprese che vendono online anche sui mercati esteri hanno infatti ottenuto il 27% del fatturato proprio fuori dai nostri confini. Tuttavia solo il 30% delle aziende disponde di un sito in lingua straniera e il 45% vende solo in Italia.

Se a ciò si aggiunge anche l’arretratezza tecnologica con una pecentuale bassissima di siti responsive a fronte di un traffico prevalentemente di origine mobile si capisce il potenziale ancora inespresso dell’e-commerce soprattutto per le PMI.

Come potenziare la presenza online e trasformarla in una fonte di business? Per ulteriori informazioni compila il form o scrivi a a.santambrogio@liquid-communication.it


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Siamo tutti Social. E adesso? | Aziende Collaborative


Tecnologie Sociali per migliorare l'efficienza aziendale | Aziende collaborative ! Flow il blog di Liquid Alessandro SantambrogioA guardare le ricerche che arrivano dagli Stati Uniti sembrerebbe che la prima fase di introduzione dei Social nelle aziende, almeno negli USA, sia terminata. Dopo 7 anni di crescita rapida e costante, nel corso del 2013 la crescita nell’adozione di queste tecnologie si è decisamente ridotta: la gran parte delle aziende è ormai sbarcata sui social: l’82% utilizza infatti almeno uno strumento collaborativo. Inoltre la ricerca Global Digital Statistics 2014 condotta da We Are Social rivela che, nell’Europa Occidentale, gli utenti attivi sul solo facebook sono il 44% della popolazione  (56% in USA), lattanti e novantenni inclusi. In Italia il 54% della popolazione dispone di almeno un account Social.

La saturazione crescente porta con sé la necessità di differenziare e ottimizzare sempre più l’utilizzo delle tecnologie Social in chiave di business, ovvero per ottenere ritorni sull’investimento tangibili e concreti.

Di come farlo nella comunicazione sul consumatore abbiamo parlato nel post precedente. Ma le tecnologie Social non sono solo uno strumento di comunicazione esterna. Poco ancora si è fatto sulla loro adozione all’interno dell’azienda come mezzi per rendere più efficiente l’organizzazione aziendale. Eppure, come ha rilevato McKinsey in uno studio dello scorso anno, gran parte dei 1.300 miliardi di valore generabile attraverso le tecnologie Social risiede all’interno dell’azienda e non all’esterno. Parliamo di effetti quali minori costi, maggiore efficienza, crescita della produttività, miglioramento del clima aziendale, riduzione dell’assenteismo, maggiore tasso di innovazione e molto altro.

E’ così complesso cogliere l’opportunità offerta dalle nuove tecnologie per generare valore all’interno dell’azienda? E vi possono accedere solo le grandi aziende?

Il Social oltre i Social Network | Aziende Collaborative | Flow il blog di Liquid Alessandro SantambrogioC’è molto più dei Social nel Social: troppo spesso si confondo gli strumenti Social o, meglio, le tecnologie collaborative, con i soli Social Network. In realtà anche le piattaforme di condivisione di documenti, l’e-learning, le videoconferenze online, i blog aziendali, i wiki, le community mirate e molto altro ancora sono tutte tecnologie che migliorano notevolmente l’efficienza dei processi che coinvolgono più persone, a ogni livello di dimensione aziendale. Basta pensare, per esempio, all’impatto sulla gestione delle reti commerciali, soprattutto con l’adozione di tablet: semplificazione degli aggiornamenti dei materiali di presentazione; della comunicazione tra sede, area manager e agenti in modalità uno a uno o uno a molti; della condivisione e risoluzione di problematiche comuni; della gestione di ordini e del reporting; del customer care; della condivisione di suggerimenti e spunti di innovazione e via dicendo.

Un’opportunità solo per le grandi aziende? Direi di no: se le organizzazioni più complesse spesso necessitano di strumenti sviluppati o adattati ad hoc, esistono sul mercato numerose piattaforme che consentono di risolvere esigenze comuni con investimenti estremamente contenuti.

Partire dagli obiettivi, non dalle tecnologie | Aziende collaborative | Flow il blog di Liquid Alessandro SantambrogioPartire dall’obiettivo, non dalla tecnologia. Le tecnologie sono sempre un mezzo, mai un fine. E quelle Social non sfuggono a questa regola implacabile. Ogni cambiamento organizzativo comporta inevitabili resistenze e inerzie che saranno tanto maggiori quanto più non verranno percepiti i benefici immediati. Che non sempre sono uguali per l’azienda e il collaboratore. Se l’introduzione di un sistema di presentazione, ordini e reporting basato su tablet per l’azienda comporta uno snellimento dei processi e una riduzione dei costi, l’adozione da parte degli agenti sarà più semplice se percepiranno non tanto il beneficio per l’azienda quanto il fatto che, operando in tempo reale, avranno più tempo libero alla sera per trascorrerlo giocando con i figli.

Pensare in grande, agire in piccolo e misurare | Aziende Collaborative | Flow il blog di Liquid Alessandro SantambrogioPensare in grande, agire in piccolo, misurare i risultati. Se si è partiti dalla definizione dell’obiettivo significa che l’introduzione della tecnologia risponde a cambiamenti organizzativi e incide sui processi. Si tratta quasi sempre di operazioni delicate in cui il successo non è del tutto scontato. Per questo occorre avere presente il disegno globale che si vuole raggiungere ma agire in modo graduale: iniziare con un piccolo gruppo di test o una parte del processo, misurare i risultati, analizzare le difficoltà e apportare i necessari miglioramenti. L’approccio graduale ha non solo il vantaggio di ridurre i rischi, ma anche quello di creare un primo nucleo di persone che può supportare i colleghi nella successiva adozione su larga scala.

L’introduzione di tecnologie collaborative spesso non è solo un cambiamento organizzativo ma anche un salto culturale. Il successo è legato al sostegno da parte dell’intera organizzazione e non solo del management.

Misurare i ritorni delle tecnologie social | aziende collaborative | flow il blog di liquid alessandro santambrogioMonitorare l’evoluzione e definire le metriche. La misurazione dei risultati è fondamentale nelle attività interne così come lo è in quelle esterne. Il cambio organizzativo, e l’impegno che comporta in termini di cambi di procedure e cultura, deve avere una contropartita tangibile. Che può essere in termini di abbattimento di costi ma non solo. Migliorare il clima aziendale, la collaborazione e la circolazione di informazioni, il lavoro di squadra, lo sviluppo di innovazioni di servizio o prodotto sono solo alcuni dei ritorni generabili dal passaggio a un’organizzazione collaborativa.

Tutti indicatori misurabili e monitorabili per valutare il progresso verso gli obiettivi da raggiungere e apportare i correttivi più opportuni.

Da dove partire?

Le aree di applicazione delle tecnologie Social vanno ben oltre il Marketing: Assistenza Post Vendita, Commerciale, Risorse Umane, Direzione Generale, Ricerca & Sviluppo sono solo alcuni esempi.

Gli obiettivi, misurabili, possono essere altrettanto ampi: migliorare la raccolta di feedback tra la rete commerciale e la sede; rendere più rapida l’evasione ordini; ridurre i tempi di risoluzione dei problemi post vendita; raccogliere suggerimenti dai clienti per migliorare o introdurre nuovi prodotti; rendere più veloce il processo di lancio di un prodotto sul mercato; ottimizzare la relazione con partner e fornitori e così via.

Da dove vuole cominciare a generare valore per la sua azienda?

  Alessandro Santambrogio – Liquid

Social Media: a chi spetta la gestione in azienda?


 Abbiamo affrontato più volte in questo blog il tema dell’impatto delle tecnologie social sull’organizzazione aziendale, sia in termini di gestione del business, sia in termini di cultura organizzativa, sia in termini di cultura manageriale.

Il fatto che i Social Media, o le tecnologie social, siano un’opportunità per diverse aree aziendali – dal Customer Care al Marketing, dal CRM alla Ricerca e Sviluppo, dalla Comunicazione Interna al Project Management – porta con sè una domanda semplice ma dalle implicazioni complese: a chi spetta il coordinamento di questa attività?

Innanzitutto occorre concordare sul fatto che si tratta di un’attività strategica. Appurato questo importante aspetto, la conseguenza naturale è che il responsabile va sicuramente individuato entro la prima linea di management, quella che gli americani chiamano C-Suite.

Ma è meglio che il governo sia gestito da un team o da un singolo dirigente? Una ricerca, sviluppata dalla Economist Intelligence Unit per conto della società di consulenza Genesys, ha interrogato 798 dirigenti di 69 Paesi e di settori merceologici differenti per capire come le aziende stanno rispondendo al cambiamento dello scenario.

L’infografica riassuntiva dipinge uno scenario abbastanza preoccupante e ancora ricco di opportunità di miglioramento:

Economist Intelligence Unit - a chi spetta la gestione dei social media in azienda  ! Flow il blog di Alessando Santambrogio - Liquid

LE PRINCIPALI INDICAZIONI

1 – Metà delle aziende contattate utilizza i Social Media, mentre altri strumenti come SMS, e-mail, blog, forum, instant messaging e altro ricevono punteggi molto più bassi. Giusto per citare un dato, solo il 20% ha sviluppato app per l’utilizzo da mobile. Una predominanza che, sebbene giustificabile dalla penetrazione raggiunta dai Social Network, lascia però dubbiosi riguardo l’utilizzo di una strategia di comunicazione corretta in grado di valorizzare i diversi canali a seconda degli obiettivi.

canali

Non sempre, però, i Social Network sono la panacea di comunicazione che le aziende si aspettano e, il rischio è che un focus eccessivo su questi canali ne metta in secondo piano altri, egualmente importanti, vanificando un approccio più olistico alla comunicazione. Significativa, a questo proposito, la netta ripresa delle Community di marca che, dopo essere state messe in secondo piano a favore delle Fan Page, tornano al centro delle strategie aziendali grazie alla capacità  di assicurare una relazione più profonda e articolata con i propri interlocutori.

2 – Chi usa i Social Media in azienda? nel 44% dei casi è il Marketing a monopolizzare l’accesso ai nuovi canali di comunicazione che, invece, possono offrire grandi potenzialità e ritorni a tutte le divisioni aziendali (anche se solo il 13% cita il Customer Service come utilizzo principale).

Customer Care e Ricerca & Sviluppo appaiono le aree che possono più facilmente trarre beneficio dall’ascolto dei Social Media e, più in generale della rete. Il dialogo aiuta ad avere spunti per nuovi prodotti o servizi, a migliorare quelli esistenti, oltre a mantenere un dialogo continuo che valorizza il ruolo dei propri clienti. E soprattutto a mantenere un atteggiamento di risposta più che di reazione alle eventuali critiche.

3 - Chi deve gestire i Social in Azienda? La soluzione migliore appare quella di conferire a una sola persona l’incarico di coordinare tutta l’attività: l’accentramento riduce la confusione interna e porta a un utilizzo più integrato e coerente di questi strumenti.

Laddove una sola persona è alla guida, solo il 9% dei manager che hanno risposto attribuisce la causa di performance inadeguate allo scollegamento tra i dipartimenti che gestiscono i nuovi canali e la comunicazione tradizionale. La percentuale balza invece al 33% laddove un team è alla guida del processo digitale.

responsabilita

La confusione regna però sovrana su chi debba essere questa persona. Se per il 58% dei Top Manager deve essere direttamente il CEO alla guida (scarico di responsabilità o riconoscimento della valenza strategica?), solo il 28% del middle management la pensa allo stesso modo.

4 - L’età anagrafica delle aziende ha una forte rilevanza sull’approccio ai Social dato che aziende più giovani tendono ad avere al proprio interno una percentuale più elevata di nativi digitali: il 66% delle aziende con meno di tre anni di attività comunica con i propri consumatori attraverso Social Media contro il 47% delle aziende operative da più di sei anni. In particolare, un terzo delle start-up dichiara che i Social Media sono il principale mezzo di comunicazione mentre solo il 10% delle aziende sul mercato da più anni annette una simile importanza a questi canali. Inoltre le aziende più giovani fanno un utilizzo più diversificato dei Social Media, applicandoli a obiettivi aziendali più ampi e a più funzioni aziendali.

5 – Cambiare fa bene! La ricerca mette anche in risalto come cambiamenti organizzativi riguardanti la gestione della comunicazione sui new media portino con sé una percezione generalizzata di miglioramento delle prestazioni e dell’efficienza, per il solo fatto di avere dato attenzione alla tematica.

In particolare nelle aziende che hanno modificato l’assegnazione delle responsabilità, il 75% (vs. il 60% di quele che non l’hanno fatto) dei manager ritiene che la propria azienda “riveda costantemente la strategia di comunicazione con i clienti per assicurarsi di comunicare secondo le modalità che preferiscono” mentre il 77% (vs. il 58%) ritiene che “la gestione del cambiamento nella natura del servizio al cliente sia una delle sfide strategiche più importanti del futuro”.

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QUALI INDICAZIONI PER LE AZIENDE ITALIANE?

1 - Il tratto comune, e il dato più preoccupante, che emerge dalla ricerca è lo iato esistente tra il top management e il middle management – e i livelli sotto di esso – nonché tra diversi dipartimenti  con livelli differenti di alfabetizzazione digitale e di utilizzo dei nuovi canali. La poca dimestichezza e lo scarso coinvolgimento di imprenditori e top manager italiani appare ancora oggi come il principale ostacolo a un corretto utilizzo e a un’ampia diffusione di questi strumenti

2 - Si fa ancora molta fatica a ragionare in ottica di branding, di processi integrato e, più in generale, di esperienza del consumatore. Funzioni diverse dell’azienda non devono parlare con voce diversa, come spesso accade. Ad Agosto 2011 Volkswagen America ha creato la nuova funzione di Customer Experience. All’interno di questo dipartimento sono state accentrate tutte le fasi che riguardano il ciclo di vita del consumatore – prima, durante e dopo l’acquisto – che prima erano disperse tra diverse funzioni. Questo ha permesso di coordinare i messaggi in modo più coerente, di creare un’esperienza migliore per il consumatore e di integrare tutti i feedback.

3 - C’è  ancora poca consapevolezza su un elemento critico della gestione e utilizzo dei Social Media,  il cosiddetto  Big Data, ovvero la gestione, l’organizzazione e l’analisi dell’enorme quantità di informazioni, spesso disaggregate, che arrivano dalla rete. Per dare un’idea dell’enormità della sfida, si stima che, entro il 2020, la quantità di informazioni digitali create sarà cresciuta di 40 volte. Identificare le informazioni utili all’interno di questo enorme rumore di fondo e distillarle perché siano utilizzabili per il business richiede un approccio nuovo alla gestione della presenza digital.

4 – Sorprendentemente, la visione dei benefici che i Social Media possono portare è abbastanza chiara: comunicazione più facile, tracciamento delle abitudini di acquisto, possibilità di creare offerte personalizzate, feedback per migliorare i prodotti sono ai primi quattro posti nelle risposte.

benefici

L’identikit del Social Media Manager aziendale? A mio avviso dovrebbe avere un’esperienza almeno decennale di comunicazione – tradizionale e non – una conoscenza trasversale del business e delle funzioni aziendali e un approccio strategico. Non un tecnologo super esperto in media digitali, quanto una persona che li utilizzi regolarmente – e ne comprenda quindi meccanismi e potenzialità – e riesca a definire gli obiettivi e a indicare con quali strumenti raggiungerli integrandoli nel media mix di comunicazione esterna e interna. Starà poi al team operativo, costituito da nativi digitali esperti nella gestione dei Social media, sfruttare appieno le potenzialità dei new media per identificare le modalità migliori per raggiungere gli obiettivi.

I Social Media possono portare benefici a tutti i settori aziendali: Marketing, HR, Commerciale, Ricerca e Sviluppo. Per avere più informazioni su come integrarli con successo nella sua azienda compili il modulo o scriva a a.santambrogio@liquid-communication.it

        Alessandro Santambrogio – Liquid

Social Media e Assistenza al Cliente: le opportunità inespresse


I Social Media sono ormai ampiamente accreditati come uno strumento di marketing. Ma i Social Media possono giocare un ruolo importantele opportunità inse in un aspetto cruciale della relazione con il cliente, ovvero la risposta alle richieste di assistenza, ai reclami e, perché no, ai complimenti. In una parola, tutto quello che sotto il nome di Customer Care.

Secondo una ricerca sviluppata pochi mesi fa da una società americana che si occupa di servizi al consumatore e pubblicata da Forbes, solo il 20% dei tweet o dei post su facebook ricevuti dalle aziende riguarda temi legati al marketing. Il resto è tutto riferibile al servizio. Nonostante questo, secondo una ricerca dell’Economist Intelligence Unit – su cui torneremo in un altro post – sviluppata sul Top e Middle Management, solo il 6% delle risposte cita il customer service come uno degli scopi principali dei social media, mentre il 60% attribuisce loro un ruolo come marketing e PR. La riluttanza a utilizzare i Social Media per questioni legate alla cura del proprio cliente emerge anche dal fatto che, nelle pagine di contatto, più della metà delle aziende esaminate non inserisce gli account facebook o twitter e il 27% non li menziona in alcuna parte del sito. C’è di più: il 90% non forniva un indirizzo e-mail, sostituito dal classico modulo di contatto, odiato dalla maggior parte dei consumatori.

Ma perché i Social Media andrebbero utilizzati per attività di Customer Care e quali vantaggi potrebbero derivarne?

Rafforzare la relazione - Flow il blog di Liquid#1 – Rafforzare la relazione: rispondere in modo diretto alle critiche, ringraziare chi elogia i prodotti, fornire informazioni e assistenza in modo tempestivo serve a dare una voce alla marca e a definirne il carattere. Non solo: vedere che un Social Media viene effettivamente utilizzato in modo bidirezionale incentiva i consumatori a visitarlo e a porre domande, posizionandolo come riferimento primario e aiutando a controllare la diffusione di critiche o attacchi in altri luoghi del web. In casi particolari è anche possibile coinvolgere direttamente il titolare o il CEO nelle risposte così come dirottare il consumatore per approfondimenti su altri canali come live chat o email. Non solo: un buon servizio viene spesso riverberato nel web dai commenti spontanei dei clienti … così come, molto più amplificato, lo è un cattivo servizio o la totale indifferenza.

#2 – Anticipare problemi: il monitoraggio delle conversazioni in rete può aiutare a comprendere l’insorgere di potenziali problemi molto prima che esplodano a livello conclamato. Fornisce quindi l’opportunità all’azienda di reagire prima che una situazione possa creare danni alla reputazione e, in ultima analisi, alla posizione commerciale. Inoltre, collegare in modo più completo le attività di customer care con quelle di marketing e sviluppo prodotto può contribuire ad affrontare in modo più profondo i problemi legati a prodotti e servizi, rimuovendo le cause di malcontento dei consumatori piuttosto che limitarsi a curarne gli effetti rispondendo ai reclami.

Raccogliere suggerimenti - Flow il blog di Liquid

#3 – Raccogliere suggerimenti: l’utilizzo diretto dei prodotti, o l’emergere di nuove necessità nei clienti, può fornire spunto a post di suggerimento o di richiesta. Sapere cogliere questi spunti, valutarli, inserirli nel processo di Ricerca & Sviluppo può portare a creare prodotti migliori e maggiormente rispondenti alle richieste del mercato e, quindi, più competitivi. E’ importante riconoscere questi suggerimenti e ricompensarli, magari con buoni sconto o altre iniziative che possano stimolare altri consumatori a partecipare.

La potenza degli effetti generabili dai Social Media è esemplificato da un caso che ha fatto la storia del customer care. Durante una tournée, la chitarra del musicista Dave Carroll venne gravemente danneggiata durante un volo United Airlines. Appena atterrato il cantante iniziò a parlare con tre dipendenti della linea aerea in aeroporto, che però non riuscirono ad aiutarlo. Iniziò allora una lunga odissea con numeri di telefono che non rispondevano finché, dopo alcuni giorni, Carroll riuscì a parlare con un rappresentante del servizio clienti che però gli disse che non poteva fare più nulla perché il reclamo non era stato presentato entro le 24 ore dal fatto. Carroll non si perse d’animo e compose una canzone intitolata United Breaks Guitars (United Airlines rompe le chitarre). Il video, caricato su YouTube, raggiunse più di 3 milioni di visualizzazioni in dieci giorni e questo spinse United Airlines a contattare il cantante, a riparare al danno causato affermando che quanto successo era stata un’ottima occasione di apprendimento per l’azienda.

Ma come è possibile utilizzare i Social Media per costruire un efficace servizio di Customer Care? Premesso che il primo requisito è quello di aprire i canali di comunicazione (es. una Fan Page su facebook o un account Twitter), ecco alcuni suggerimenti:

#1 – Presidiare i canali in modo continuativo: non basta caricare una foto o un post una volta alla settimana. Gli account vanno monitorati in modo continuativo. I Social Media hanno abituato i consumatori a una interazione rapida e continua. Domande e richieste vanno quindi soddisfatte rapidamente, prima che lo stesso consumatore possa iniziare a lamentarsi della lentezza della risposta sulle sue pagine. Sviluppare il Customer Care sui Social Media richiede quindi l’allocazione specifica di risorse (umane ed economiche) per una gestione professionale e continuativa.

#2 – Ricompensare gli interventi: occorre definire chiaramente non solo una politica di intervento a seconda della tipologia e tono dei commenti preparando set di Q&As per i casi più comuni, ma anche una politica per ricompensare chi posta elogi o segnala problemi e malfunzionamenti.

#3 – Monitorare il web: anche senza arrivare a utilizzare strumenti sofisticati di controllo delle interazioni Social, è comunque possibile tenere sotto un ragionevole controllo ciò che può avvenire in rete e che può riguardare l’azienda o il prodotto. Come? su Twitter controllate gli hashtag con il nome dell’azienda o dei prodotti o del settore; seguite i Forum  (B2B o B2C) relativi al vostro settore merceologico; individuate gli utenti più attivi nelle vostre pagine, diventatene amici o follower e controllate le interazioni; attivate gli alert (es. Google Alert) relativi al vostro brand o prodotti; individuate i gruppi su facebook o su altri Social Network (es. Linkedin) legati alla vostra attività e monitorateli con regolarità.

#4 – Sfruttate l’opportunità: ogni contatto può essere un’opportunità di amplificare la vostra comunicazione o di creare un’occasione di vendita. Per esempio se un cliente vi chiede informazioni sul prezzo di un prodotto, non limitatevi a rispondergli, ma fornite il link all’articolo nel vostro sito di e-commerce (se l’avete); preparate video che spiegano il funzionamento dei vostri prodotti, caricateli su YouTube e usate i link ogni volta che arrivano richieste sul funzionamento; non abbiate paura di scusarvi se un cliente rileva un difetto e non abbiate paura a far porgere le scuse dal manager responsabile della funzione, accompagnandole con una evidenza tangibile come la sostituzione del prodotto, la restituzione dell’importo pagato o altri servizi e prodotti equivalenti.

#5 – Fidelizzate: un contatto diretto e approfondito può creare un rapporto molto positivo con il consumatore. Il cerchio va quindi chiuso segnalandolo a chi si occupa di CRM, approfondendo la profilazione della persona, valutando se esistano i presupposti per trasformarlo in un ambassador o per coinvolgerlo nell’attività aziendale, per esempio come Beta Tester dei nuovi prodotti.

#6 – Integrate: le informazioni ricavate dal contatto con il consumatore sono una risorsa preziosissima. Per questo motivo le attività di marketing e customer care su questi canali dovrebbero essere fortemente integrate. Il vero salto di qualità si compie non tanto quando si reagisce a una critica o a un’esigenza di un consumatore quanto se si riesce a rispondere andando alla radice del problema evidenziato e a rimuoverlo attraverso miglioramenti del prodotto o del servizio. Portare il Customer Care sui social media ha quindi anche profonde implicazioni organizzative. Il caso di Dave Carroll insegna che la reazione al video è servita a soddisfare il problema contingente e a mitigare, in parte, gli effetti negativi. Ma se gli insegnamenti tratti non sono stati utilizzati per migliorare l’intera filiera di gestione dei reclami e di assistenza al cliente, è molto probabile che la linea aerea si troverà a fronteggiare altri casi simili.

Nel Social CRM vanno quindi distinti tre livelli:

- operativo, ovvero il contatto vero e proprio con il cliente (ascolto, risposta, coinvolgimento) che si svolge sulle piattaforme sociali, ma anche sui forum, sui siti di recensioni, ecc.
monitoraggio, ovvero l’analisi delle conversazioni in rete per capire cosa succede, avere alert, seguire cosa viene detto. Per questo si possono usare strumenti come Radian6 o Social Listening di Blogmeter
analisi, il cosiddetto Big Data, ovvero l’organizzazione dell’enorme mole di dati non strutturati che emerge dalle interazioni in rete per ricavarne informazioni, profilazioni, ecc. Qui ci sono piattaforme come Sap Hana o open source come Hadoop.

In ogni caso il Social CRM non può sostituire il CRM tradizionale (tutt’altro che morto come hanno dimostrato anche le elezioni USA) ma deve integrarlo potenziandolo grazie alla possibilità di ampliare il bacino di consumatori raggiungibili e di raccogliere dati qualitativi.

  Alessandro Santambrogio – Liquid

Leadership e Social Media: 6 abilità del Leader Social | Aziende Collaborative


employee_networksI dipendenti preferiscono il Social. Almeno questo è quello che sembra emergere dalla ricerca annuale condotta dalla rivista Fortune che individua le 100 aziende migliori come posti di lavoro. Caratteristica comune di molte di queste è l‘utilizzo di strumenti collaborativi per la gestione della comunicazione interna, per l’assistenza post vendita, per la creazione di nuovi prodotti o per il knowledge management, e molto altro. Eppure in molte aziende l’accesso ai Social Network è ancora bloccato e una vera mentalità social fatica a permeare l’organizzazione.

L’evoluzione però è rapida e gli strumenti collaborativi diventano sempre più pervasivi. In questa infografica realizzata dalla società inglese Clinked vengono sintetizzate le principali aree di crescita e sviluppo e i vantaggi della collaborazione online:

Collaborazione Online al servizio del business – Enterprise 2.0

COSA SPINGE VERSO LA COLLABORAZIONE ONLINE?

Lo sviluppo è legato anche a situazioni contingenti: in primo luogo lo sviluppo rapido del cloud, con servizi di condivisione e collaborazione, come per esempio Dropbox, ormai disponibili anche sul mobile; in secondo luogo la crisi economica che spinge a ricercare soluzioni più economiche o più efficienti; in terzo luogo la forte penetrazione dei Social Network che ha reso ampiamente noti e condivisi linguaggi (feed, menzioni, sintesi, ecc) e modalità di comunicazione su base collaborativa; infine l’integrazione crescente tra servizi e per questo basta pensare a come Google stia efficacemente unendo servizi cloud con la mail e il sistema operativo mobile Android.

Ma soprattutto la crescente consapevolezza che le tecnologie Social riescono a creare valore, per l’azienda o per i consumatori. Un tesoro che una recente ricerca McKinsey ha quantificato in 1.300 miliardi di dollari.

LA COLLABORAZIONE ONLINE E’ SOLO UNA QUESTIONE DI TECNOLOGIA?

Se la tecnologia appare ormai una barriera superata o facilmente superabile quali sono allora le principali barriere a una diffusione ampia della collaborazione online?Sicuramente, alla base della diffidenza, ci sono aspetti generazionali e, soprattutto, culturali. E la cultura ha una connessione molto profonda con la leadership.

La realtà è che utilizzare in chiave organizzativa e gestionale modalità collaborative richiede un set mentale e, soprattutto, skill di leadership differenti da quelli richiesti in una organizzazione tradizionale.

6 ABILITA’ PER IL LEADER COLLABORATIVO

usare i social network#1) Utilizzare in prima persona strumenti e tecnologie sociali: le ricerche mostrano come l’utilizzo dei social network in chiave di business (e a volte anche personale) sia ancora poco diffuso – anche se in espansione – presso gli alti dirigenti. Comprendere le logiche, conoscere gli strumenti, identificare i linguaggi dialogici più adeguati sono tutti passi fondamentali per introdurre e gestire logiche collaborative all’interno dell’azienda. Per esempio, in GE Aviation Systems il vicepresidente Lorraine Bolsinger tiene in prima persona un blog interno nel quale ha coinvolto, come coautori, i suoi 12 primi riporti. In questo modo punti di vista, opinioni e soluzioni di business vengono presentati e dibattuti in modo aperto e condiviso e l’esempio incoraggia la partecipazione di altri collaboratori favorendo il dialogo sullo sviluppo strategico e operativo

cavalcare l'evoluzione#2) Cavalcare l’evoluzione: conoscere gli sviluppi degli strumenti dialogici, consumer o aziendali, è la chiave fondamentale per individuare le opportunità di applicazione nell’ambito organizzativo. L’evoluzione rapidissima degli strumenti Digital impone un aggiornamento costante ma, d’altro canto, la sola conoscenza dell’evoluzione tecnologica non basta. Occorre sapere cogliere le opportunità che essa offre attraverso una conoscenza profonda delle dinamiche e delle esigenze aziendali e la visione di come lo strumento o la tecnologia possa agevolare e rendere più efficiente il business. Per esempio, in un caso che ho gestito recentemente, l’utilizzo di social netwowork professionali (come yammer) può favorire la comunicazione all’interno delle reti vendita agevolando non solo le comunicazioni dal centro verso la periferia, ma anche la condivisione di soluzioni, esperienze e best practice tra i componenti della rete aiutando a creare una learning community.

Problem-Solving#3) Individuare problemi, generare soluzioni: una delle potenzialità più importanti generate dalle tecnologie Sociali è l’attivazione dell’intelligenza collettiva. Nella nuova dimensione organizzativa il leader non deve necessariamente essere il portatore della soluzione, ma deve essere in grado di individuare chiaramente il problema e attivare i gruppi di persone più idonei a individuarla, facilitando il processo di produzione e selezione delle idee. Il leader nell’organizzazione sociale diviene sempre più un aggregatore e un facilitatore in grado di gestire il know who, oltre che il know how.

Collaborazione aperta a tutti i livelli#4) Collaborare, ovunque: compiere il salto verso una modalità di gestione collaborativa significa, in buona sostanza, aprirsi verso l’esterno. Non solo sopra e sotto (in termini di livelli gerarchici) ma anche ai propri lati (in termini di funzioni aziendali). I progetti collaborativi hanno potenzialità trasversali. Pensiamo a un progetto di crowdsourcing come Il Mulino che Vorrei: le sue implicazioni toccano aspetti di Ricerca & Sviluppo (proposte di nuovi prodotti), Marketing (analisi dei prodotti proposti alla luce dei bisogni dei consumatori e delle strategie aziendali), Comunicazione (il progetto è una forte leva di comunicazione e di branding) e Commerciale (definire i livelli di prezzo e margini per i nuovi prodotti). Questo significa ampliare la propria visione manageriale al di la della propria area di competenza per comprendere quando e come attivare le altre funzioni aziendali.

Diventare un narratore#5) Diventare narratori: con video e storytelling che diventano sempre più importanti nella dialogica social, anche i leader devono sviluppare queste capacità. Sapere creare storie e trasformarle in contenuti video in grado di coinvolgere gli interlocutori: spiegare un progetto e l’impatto che può avere sul business, annunciare novità organizzative, disegnare la nuova strategia. Cosa significa usare lo storytelling? Se, per esempio, dovete raccontare una nuova idea imprenditoriale a un gruppo di investitori, potete riempire qualche slide di power point spiegando il mercato, la vostra idea e i dati economici …. oppure creare questa storia

conoscere la propria community#6) Diventare gestori di community: nella nuova ottica il manager diventa il perno della propria community di riferimento, più o meno allargata rispetto al suo team funzionale – in alcune multinazionali sono ormai attivi gruppi internazionali che hanno in comune il settore operativo e dibattono scambiandosi suggerimenti, best practice e problematiche – e, esattamente come un community manager, deve conoscere o lanciare le tematiche calde sulla base delle esigenze aziendali – organizzative o di business – individuare i membri della community con le competenze potenzialmente più adatte a fornire risposte, avviare la conversazione e gestirla guidandola verso l’obiettivo della soluzione da generare, analizzare gli spunti, selezionarli e rilanciarli per ulteriori analisi e approfondimenti e, infine, trarre le conclusioni e prendere le decisioni.

  Alessandro Santambrogio – Liquid

Consumatori multicanale: come instaurare un dialogo? | Aziende Collaborative


imagesLa trasformazione in atto nei consumatori e nelle loro abitudini di acquisto ha subito, nel corso del 2012, una notevole accelerazione su molti fronti.

La multicanalità innanzitutto: il 2012 è stato l’anno del sorpasso dei consumatori coinvolti rispetto a quelli tradizionali, come testimoniato dalla quinta edizione del Rapporto dell’Osservatorio Multicanalità, avviato nel 2007 dal Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen e Connexia.

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L’area occupata dai cluster Reloaded e Open Minded, ovvero da quei consumatori che hanno una maggiore propensione verso i canali innovativi – in particolare quelli digitali – e che sono profondamente coinvolti nel processo di acquisto in termini di interazione con l’azienda, ricerche, confronti, suggerimenti, recensioni e altro è arrivata al 53 % dei consumatori, per un totale di 28 milioni di individui. La multicanalità è quindi diventata grande ed è ormai un fenomeno di massa.

a0f518df9fe359642b72b007742849c71090843218Un risultato conseguito anche grazie a un altro importante sorpasso: quello operato dagli smartphone sui cellulari tradizionali. L’Italia è sempre più mobile e connessa, grazie anche a una copertura della banda larga tra le maggiori nel mondo occidentale. Questo salto ha trascinato con se’ il mercato pubblicitario mobile, ma anche la consapevolezza crescente delle aziende dell’importanza di questo canale con la crescita delle app disponibili, dei siti ottimizzati, dell’e-commerce.

social-tvMa non si è trattato solo un salto economico, bensì anche culturale. La Social TV è ormai diventata un fenomeno diffuso (l’ultimo Festival di Sanremo con la Green Room dedicata alle interviste “social” e un picco di 85.000 tweet nella serata finale è stato sicuramente un punto di svolta) e i consumatori saltellano sempre più da uno schermo all’altro nella loro quotidiana ricerca di informazioni, prezzi e offerte.

L’esperienza di marca e prodotto, così come l’acquisto, diventano sempre più un flusso integrato di informazioni in cui i dispositivi mobili (tablet e smartphone) divengono il collante tra momenti che una volta erano rigidamente separati: la visione di uno spot in televisione poteva portare a un atto di acquisto a distanza di giorni all’interno del negozio preferito. Oggi, invece, è la contemporaneità a regnare sempre più sovrana: uno spot, o una notizia vista in televisione – ma potrebbe anche essere un articolo esposto in una vetrina – sollecita la curiosità del consumatore che, dal tablet appoggiato sul divano, entra in Internet, trova le informazioni, compara prezzi e, se soddisfatto dai risultati, conclude l’acquisto sul sito di e-commerce.

Le esperienze non sono più separate, ma inserite in un continuum in cui reale e digitale si scambiano continuamente e si contendono l’attenzione del consumatore, in modi a volte inattesi. Non è raro che un cliente veda un prodotto in un negozio, lo tocchi, lo provi e poi, una volta deciso l’acquisto, estragga lo smartphone, vada su Internet e trovi un sito di e-commerce in cui comprarlo a un prezzo più conveniente.

Con questa evoluzione delle abitudini, che in futuro sarà sempre più spinta, appare evidente come una struttura organizzativa rigida e a silos verticali sia sempre più inadatta a rispondere alle sfide future. Cosa c’entra il retail design con la content strategy? Devo avere il wi-fi gratuito nel punto vendita? E’ utile che la messa in onda del nuovo spot e il lancio della versione mobile del sito siano contemporanei? Il visual merchandising deve essere collegato al QR code che applico sulla vetrina? La Ricerca&Sviluppo ha qualche attinenza con la pagina Facebook?

Se avete risposto No a tutte le domande siete probabilmente avviati sulla via dell’estinzione. Se invece avete risposto Si almeno a qualcuna delle domande allora avete la consapevolezza dell’evoluzione del mercato. Ma come rispondere e come catturare l’attenzione di un consumatore sempre più mobile in uno scenario sempre più frammentato?

Occorre ripensare la struttura organizzativa aziendale e il modello di business sulla base di alcuni criteri fondamentali:

paris-from-the-eiffel-tower1) Ampliare il perimetro di azione: l’accessibilità al prodotto non è più solo una questione di distribuzione fisica o sul sito di e-commerce. Diventa una modalità pervasiva che deve presidiare molteplici canali propri e di terze parti (comparatori di prezzo, siti di recensioni, ecc) in modo integrato. Anche l’e-commerce sta già uscendo dai confini dei siti per diventare un fatto diffuso attraverso il Social Shopping o la Social Affiliation. La Rete Commerciale, quindi, si amplia ben al di la degli agenti e dei negozianti e coinvolgerà sempre più direttamente gli utenti. Servono quindi nuove strategie di ingaggio, monitoraggio e dialogo.

Study_for_the_Muses_Hydra_V2) Superare l’approccio lineare: il consumatore non segue più percorsi lineari ma sempre più frammentati. raccoglie informazioni, indizi, li assembla, li verifica, propone suggerimenti, effettua confronti. Si muove all’interno di flussi – e riflussi – di informazioni. Una mobilità che l’azienda deve riuscire a cavalcare attraverso un approccio corale e interattivo al suo interno: sempre più una strategia commerciale non potrà prescindere dalla Social Strategy, il Retail Design dovrà prevedere le modalità di veicolare adeguatamente al consumatore la content strategy e la Ricerca&Sviluppo non potrà più essere insensibile alle analisi di sentiment sulla rete, persino la Formazione non potrà prescindere dall’insegnare le regole base dei Social Media e della Netiquette ai dipendenti, primi ambassador del marchio.

2344376-215007-isolated-close-up-of-a-cheerful-young-man-looking-up-top-view-indoor3) Mettere l’uomo al centro. Non solo il consumatore, ma anche i collaboratori. Partecipazione, co-creazione, engagement, crescita, vantaggi reciproci sono concetti che valgono all’esterno come all’interno dell’organizzazione. Ripensare la catena del valore e individuare i punti in cui la collaborazione può fornire vantaggi competitivi diviene sempre più importante.

Ridefinire i confini aziendali, creare network con consumatori, fornitori, stakeholder, dipendenti, consulenti, partner e incanalare l’intelligenza collettiva verso la creazione di innovazione sarà sempre più importante per creare vantaggi competitivi duraturi. Brand e prodotti, in fondo, sono creati da persone per altre persone.

4) Sviluppare la tecnologia e gestire le relazioni. Troppo spesso ci si dimentica che la1502004_stock-photo-a-technology-man-has-images-flying-away-from-his-modern-tablet-c tecnologia è un mezzo, un fattore abilitante e non il fine. La tecnologia sarà sempre più pervasiva e impatterà in modo sempre più rilevante sul business aziendale (il caso P&G ne è una dimostrazione). Ma è solo il primo passo. Costruire e mantenere relazioni non significa solo costruire un database o utilizzare una piattaforma di Social Networking. E’ un lavoro di persone che interagiscono con altre persone. E’ creazione di contenuti di interesse. E’ dialogo costante. E questo richiede investimenti in persone e in realizzazione di contenuti, cosa a cui le aziende italiane sembrano ancora refrattarie. La gestione delle tecnologie deve quindi uscire dalle sole stanze dell’IT e pervadere l’intera organizzazione.

integrate 35) Coordinare e Integrare. Le attività aziendali saranno sempre più interdisciplinari e interdipartimentali. Un’iniziativa di crowdsourcing per raccogliere idee su nuovi prodotti andrà catalogata sotto la voce “Comunicazione”, “Web Marketing”, “Ricerca&Sviluppo” o “CRM”? L’approccio integrato richiede una mentalità più flessibile anche nell’allocazione e utilizzo delle risorse, soprattutto finanziarie, territorio personale e superdifeso di ogni direzione aziendale. La vera integrazione delle funzioni – e il salto di mentalità – si misura attorno al tavolo in cui vengono prese queste decisioni.

5-easy-steps-to-measure-social-media-campaigns6) Misurare. Quali canali garantiscono ritorni? Quali politiche di pricing sono più corrette a seconda del canale? quale livello di engagement ottengo? quali ritorni dalla relazione? quali servizi fidelizzano maggiormente i consumatori? Definire le metriche più rilevanti, monitorarle, distribuire i risultati rilevanti a chi ne ha bisogno, trarne indicazioni da applicare a tutti i livelli, focalizzarsi sulle attività critiche. Queste sono le sfide più rilevanti anche perché ogni metrica può assumere significati e importanza diversa a seconda della funzione aziendale.

Qual è, quindi, la sfida che attende le aziende? Rimodellare l’organizzazione e il suo modo di pensare e di agire su un consumatore che, in soli 5 anni (o meglio, 3) ha profondamente cambiato l’approccio all’acquisto, il rapporto con la tecnologia e, in ultima analisi, con il brand e i prodotti. C’è bisogno di più dialogo e interazione (non è un caso che le branded community stiano tornando a crescere e che producano interazioni più intense che sulle pagine dei Social Network) all’esterno, ma anche all’interno dell’azienda. Il risultato? Maggiore competitività, maggiori fatturati, maggiori risparmi e più valore per l’azienda e i consumatori.

   Alessandro Santambrogio – Liquid