Private Label: da brutto anatroccolo ad aquila


Sono stato recentemente invitato a un corso organizzato da IIR sul tema della Private Label per tenere un intervento sull’evoluzione della comunicazione di questa particolare categoria merceologica. “Da Brutto Anatroccolo ad Aquila”, il titolo dell’intervento, sintetizza la grande evoluzione nella comunicazione delle Marche Private in Italia e, soprattutto, all’estero e il grande potenziale di sviluppo che ancora possiede questo segmento.

GLI ALBORI DELLE PRIVATE LABEL

La storia della Private Label è antica: inizia negli anni Venti, probabilmente in Tesco, il primo gruppo di distribuzione inglese. Ma è negli Anni ‘80 che iniziano a diffondersi,  sull’onda della crisi economica che attanaglia la Gran Bretagna all’inizio di quel decennio e che culminerà negli scioperi dei minatori. In quel periodo le Marche Private iniziano a diventare sostitutive dei brand storici, soprattutto per motivi economici.

UntitledAll’inizio della loro storia, le Private Label si posizionarono come l’alternativa di mercato a minor costo. Non avevano confezioni attraenti e colorate e non offrivano praticamente nessuna garanzia di qualità né alcuna comunicazione a sostegno.

Nasce in quegli anni la dicitura White Label che, se oggi indica la possibilità di personalizzazione, allora indicava semplicemente il fatto che la Marca Privata lanciata da Sainsbury era contraddistinta da un’etichetta bianca che riportava il tipo di prodotto: dentifricio, detersivo per stoviglie …. nulla più.

Difficile immaginare allora la strada che avrebbe percorso la marca privata.

L’ANATROCCOLO DIVENTA ADOLESCENTE

Nel boom economico della seconda metà degli Anni Ottanta le Private Label tornano rapidamente sul fondo degli scaffali. Scontano il senso di colpa che avvolgeva l’acquisto e la totale mancanza di gratificazione del consumatore. Questo declino segna però un passaggio importante per la presa di coscienza della necessità di aggiungere valore anche a questa marca.

La strada più breve? L’imitazione di quello che fanno i brand leader. A partire dal packaging che diventa un importante elemento di comunicazione, anzi, prevalentemente l’unico.

Attraverso la replica di stili grafici, colori, foto del prodotto la Marca Privata punta a competere a scaffale, almeno visivamente, con le marche principali, usandole quasi come testimonial: la somiglianza punta a trasferire, nel vissuto dei consumatori, i valori dei brand leader a quelli delle insegne.

Nel frattempo l’attenzione crescente dei consumatori verso temi come il benessere, la sicurezza dei prodotti, la qualità, la salute porta a migliorare anche il livello quantitativo e qualitativo delle informazioni riportate sulla confezione, che si arricchisce di informazioni nutrizionali, consigli di utilizzo e altri dati nel tentativo di superare i leader sul lato del servizio e di affermare un proprio stile di comunicazione. Siamo al culmine dell’età adolescenziale della Marca Privata, raggiunta a cavallo tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio di questo secolo.

Private Label e marche industriali: la competizione a scaffaleUna fase in cui si trova, ancora oggi, la stragrande maggioranza delle Private Label italiane. Oggi gli scaffali dei supermercati si presentano con un impatto visivo abbastanza omogeneo in cui è difficile distinguere i marchi industriali da quelli di insegna.

Un’adolescenza, tra l’altro, difficile perché vissuta praticamente solo tra le mura dei punti vendita, senza mai riuscire a uscire nel mondo esterno. Non così è all’estero dove, anche in questa fase, le marche private vengono sostenute non solo nei punti della distribuzione, ma comunicate anche attraverso la pubblicità, sempre prendendo a riferimento i canoni visivi dei marchi industriali.

Carrefour, per esempio, sostiene così la propria linea Cosmetique Design: 650 referenze cosmetiche da 1 a 3 euro.

 

L’ETA’ ADULTA: LA PRIVATE LABEL DIVENTA CIGNO

L’ultimo lustro ha segnato il passaggio definitivo della Private Label nell’età adulta: il Brutto Anatroccolo è finalmente diventato Cigno e vola con le proprie ali. Ma cosa ha portato a questi cambiamenti?

Innanzitutto il cambiamento dello stile di consumo. L’avvento della filosofia Low Cost, iniziato con i voli e proseguito con gli outlet e il boom dell’hard discount, ha profondamente modificato la percezione dei consumatori ben prima che iniziasse la crisi economica, che è servita da acceleratore del processo.

Dal concetto di Value for Money si è ormai passati al concetto di Value for Me in cui ogni acquisto, e il suo valore, viene parametrato sulla base di parametri non solo economici e qualitativi, ma anche emotivi e di utilità per il consumatore, che valuta la succedaneità all’interno della categoria ma anche all’esterno di essa. Una camicia di marca oggi non compete più solo con una camicia di un produttore fast fashion, ma anche, per esempio, con un volo a Londra. Il concetto di Share of Wallet, ovvero la competizione per assicurarsi una quota della spesa personale, è diventato centrale per valutare lo scenario competitivo odierno.

Questo cambiamento sta guidando, a livello mondiale, la crescita della penetrazione delle Private Label su basi meno effimere di quanto avvenuto negli Anni ’80. Se allora si trattava di acquisti dettati dalla necessità, oggi a questo aspetto si sovrappone anche il cambiamento culturale del processo di acquisto, che avrà effetti più duraturi. Nielsen prevede che, nei mercati più evoluti, la penetrazione arriverà al 50% entro il 2025.

crescita

Nel frattempo, in Italia, nel 2012 le Private Label sono cresciute più dell’Hard Dscount (6,2% vs. 5,8% – dati Federdistribuzione) attestandosi a una quota del 17,6% nel settore alimentare. Un valore ancora basso se si pensa che in Svizzera, Paese leader nel settore, rappresentano il 52% a volume e il 45% a valore. Tuttavia Il peso delle Marche Private percepito dalle consumatrici sul totale acquisti in GDO è stimato in oltre il 30%, ben superiore alla reale quota di mercato mentre la penetrazione di chi ha comprato almeno una volta un prodotto di questo tipo è al 95% e l’88% dichiara di comprare Food e Non Food. Segnali di come ormai le marche delle insegne si siano radicate nel costume italiano.

Un altro aspetto importante è legato alla fidelizzazione del consumatore verso il brand e verso il retailer. Una ricerca sviluppata da Eurostat ha messo in rilievo come nei paesi maggiormente evoluti in termini di distribuzione, la fedeltà verso l’insegna food sia più alta rispetto a quella del produttore. Un fatto di cui le Marche Private beneficiano ampiamente.

fidelizzazione

LA PERCEZIONE DELLE MARCHE PRIVATE

Le origini delle Private Label si fanno ancora sentire quando si analizza il loro posizionamento presso i consumatori. La percezione di “Miglior Prezzo” o quella più recente di “Miglior Rapporto Qualità / Prezzo” è talmente radicata e acriticamente condivisa che questi prodotti presentano una curva della preferenza di acquisto sostanzialmente anelastica rispetto alle variazioni di prezzo (Brand-Price Trade Off – BTPO) in tutte le categorie come illustrato nel grafico sotto tratto da una ricerca realizzata dall’Istituto Interactive su un campione di 1.250 donne dai 18 ai 65 anni.

Brand Price Trade Off Private Label

Le Private Label possono quindi allentare il presidio di comunicazione sulla leva prezzo e iniziare ad ampliare la sfera di valori di riferimento. Ma da dove partire?  Nella stessa ricerca citata sopra, la Brand Equity delle Private Label è stata analizzata con una batteria di elementi a differenziale semantico che ha sviluppato diverse aree valoriali: sicurezza/controllo, qualità, innovazione, anticipazione esigenze, fiducia, notorietà/comunicazione, rapporto qualità/prezzo. I risultati sono riportati nel grafico sottostante:

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L’immagine delle Marche Private appare molto chiara, sebbene estremamente semplificata, nella mente delle consumatrici. La maggioranza degli elementi di forza rientra in un’unica area che possiamo definire di eticità, reputazione, fiducia, empatia, equilibrio nella relazione con il cliente. La marca privata oggi esprime un profilo di immagine molto più ricco rispetto al posizionamento Primo Prezzo o Qualità / Prezzo di pochi anni fa.

Le Private Label fanno però ancora fatica a trasferire un preciso profilo valoriale, soprattutto nel confronto tra le marche di diverse insegne, e, di conseguenza non possono ancora definirsi marche vere e proprie. Il posizionamento è quindi più appannaggio del segmento di mercato che non delle singole marche ma è però tale da costituire una buona base di partenza per costruire profili di marca più precisi e distintivi.

LE TENDENZE NELLA COMUNICAZIONE DELLE PRIVATE LABEL

Sono soprattutto quattro le tendenze che stanno influenzando la comunicazione delle Marche Private e che si possono riconoscere in tutti i mercati principali sebbene alcuni siano più avanzati di altri.

Valore:

La Private Label veicola valore al consumatore, inteso non solo come risparmio di denaro fine a se stesso, ma come migliore qualità ad un minor prezzo. Nonostante le ristrettezze economiche, infatti, i consumatori non sono disposti a rinunciare alla gratificazione, ai prodotti premium, alla qualità in genere. Questa tendenza si inserisce nel filone culturale cosiddetto del downshifting, ovvero di ridurre la marcia del proprio tenore di vita.

La catena di distribuzione inglese Sainsbury ha lanciato una linea completa, chiamata Live Well For Less ispirata a questa filosofia

La comunicazione della linea è uno dei primi esempi di comunicazione integrata nel mondo delle Private Label e include anche sito dedicato, un app e altre iniziative che spaziano dal Direct Marketing alle promozioni.

Vivere la casa:

Il recupero della dimensione domestica è un altro trend che spazia dalla cucina al Fai da Te: da una parte permette di risparmiare denaro e, dall’altra, induce a tornare ai riti familiari o a valorizzare una dimensione più intima della vita.

E’ per questo che si parla di ”enjoy cooking”, ovvero il piacere di cucinare in casa che ha visto incrementare l’acquisto di categorie quali ingredienti per dolci, lieviti, snack, aperitivi, piccoli elettrodomestici. Ancora una volta la private label può cogliere questo trend grazie alla varietà e alla modularità dell’offerta.

Ancora in Gran Bretagna, ASDA la seconda catena di distribuzione nazionale, ha stretto una partnership con la Leith Cooking School, la più prestigiosa scuola di cucina britannica, per sviluppare una linea premium. Nulla di diverso da quanto attuato dai brand industriali che, sempre più, annoverano chef stellati come testimonial.

Benessere:

L’attenzione alla salute, che pone il benessere come condizione irrinunciabile al di là del risparmio, è l’altra tendenza a cui da qualche tempo le private label hanno imparato a rispondere. Molti tra i principali retailer hanno lanciato linee biologiche, prodotti senza glutine, linee per bambini, che, attraverso un approccio cross-categoria, offrono ai consumatori la possibilità di coprire bisogni specifici.

Migros comunica così la propria linea bio:

Ma anche il colosso americano WalMart, nella linea Great Value, ha ridotto il contenuto di sale, zuccheri e grassi mentre Spar, in Austria, ha lanciato una campagna per portare snack sani nelle scuole con i  prodotti a marca propria.

Flessibilità:

Non è solo il comportamento di acquisto a cambiare, ma anche le modalità di comunicazione e interazione. Sfruttare al meglio questa leva significa cogliere più opportunità e costruire una relazione più stretta con il consumatore. Come le aziende del largo consumo, anche i retailer stanno iniziando ad utilizzare i canali digitali per connettersi ai propri clienti. Sono nate le prime applicazioni per smart-phone; l’uso di blog o social network aiuta ad incrementare il passa parola; le partnership con personaggi famosi sono sfruttate per costruire fiducia nel brand.

mammissima coop italia private label

Coop Italia, per esempio, ha lanciato l’app Mammissima, incentrata sui prodotti a marca propria dedicati alla puerpera, alla mamma e alla prima infanzia.

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Sainsbury, inece, nella propria app ha inserito una sezione di ricette, tutte realizzabili utilizzando ingredienti della propria marca privata.

QUALE FUTURO PER LE MARCHE PRIVATE?

Il futuro appare brillante: le previsioni danno in crescita costante questo segmento di mercato e i cambiamenti culturali in atto consolidano la presenza dei prodotti a marca privata nel paniere dei consumatori. Il cigno può quindi sperare di evolvere ancora di più e diventare un’aquila? Quali sono i fattori competitivi e le linee guida che dovranno seguire le Marche Private nel futuro?

La leva della segmentazione:

UntitledLa segmentazione è ormai una realtà affermata nella quasi totalità delle catene di distribuzione con tre fasce principali:

- Primo prezzo: ovvero il livello di ingresso nella categoria, con prezzi inferiori anche del 50% rispetto alla marca leader. Spesso questo fascia non richiama, nel logo e nei colori, il brand dell’insegna. In Italia possiao citare Fidel di Esselunga, Eco+ di Conad, 1 di Carrefour.

- Premium, ovvero prodotti con prezzo paragonabile, o maggiore (anche del 30%), rispetto alla marca leader caratterizzati da alta qualità. In Italia l’offerta è spesso incentrata su prodotti tipici ed eccellenze regionali. Qui troviamo, per esempio, Sapori e Dintorni di Conad o Fior Fiore di Coop. Nel 2012 il comparto Premium Private Label ha segnato un incremento del 9%, il più alto di tutta la distribuzione.

- Marca Insegna: sono i prodotti che adottano il brand proprio dell’insegna e si posizionano a un prezzo inferiore  del 20 – 25% rispetto alla marca leader

Discorso a parte meritano poi le Marche Private di nicchia, cioé quelle dedicate a prodotti bio, per bambini o equosolidali. Rientrano in questa categoria, per esempio, Fairglobe di Lidl, Crescendo di Coop, Rik & Rok di Auchan o Naturama di Esselunga.

Con chi competere?

Delineare il futuro della comunicazione delle Marche Private significa anche comprendere con chi dovranno competere. Partiamo da un dato di fatto: le marche leader, sebbene vedano ridotta la quota di mercato, sono essenziali per la vita delle Marche Private in quanto costituiscono il punto di riferimento sul quale i consumatori effettuano i confronti di qualità e prezzo. Per questo motivo una competizione troppo accesa con queste marche sul fronte del prezzo si tradurrebbe in prezzi di vendita inferiori per le Private Label e influirebbe negativamente sulla redditività dell’intera categoria merceologica.

Lo scenario più probabile è riassunto in questo diagramma:

lo scenario competitivo per le private label

Mentre la fascia alta del mercato, occupata dai marchi Premium e dai brand leader (A-Brands) e dalle controparti Premium delle Marche Private, avrà poca pressione competitiva, il focus della competizione si sposterà sui brand follower (B-Brands) e su quelli a basso costo. Ovvero su brand che hanno un discreto rapporto qualità / prezzo ma un’immagine di marca non ben definita e radicata presso i consumatori (su cui scontano il vantaggio di fiducia della marca dell’insegna come visto nel grafico sopra) oppure che hanno basato la propria offerta sulla sola leva prezzo ma vengono superati dalle Private Label che sono in grado di competere sullo stesso piano ma hanno aggiunto nel tempo tratti valoriali che consentono di guadagnare un vantaggio competitivo.

La strada è già tracciata. Le marche private estere oggi spostano già il focus della comunicazione su valori quali il servizio (TU, la linea private di abbigliamento di Sainsbury)


o la qualità e l’accessibilità (la linea di prodotti pronti di Morrison’s)


o l’empatia e mondi valoriali ampi e inclusivi (Quechua, la Marca Privata sport di Decathlon)


Quali saranno, quindi, i fattori critici di successo per le Marche Private nel prossimo futuro?

UntitledIl Branding diventa un fattore competitivo sempre più importante per le Premium Label e per le Marche Insegna sia per creare un’offerta distintiva e competitiva verso gli A-Brands sia per arricchire il mondo valoriale della Marca Insegna e permetterle di competere meglio con i B-Brands. Questo fattore resta secondario per le Private Label della fascia Primo Prezzo.

UntitledIntegrazione sarà la parola d’ordine per la comunicazione delle Private Label. Il tempo del solo packaging è ormai finito da tempo e occorre creare una relazione con i consumatori sfruttando tutti i canali disponibili, Above e Below the Line con una particolare attenzione al digital e al mobile.

UntitledL’area della consapevolezza, già riconosciuta come territorio delle Marche Private, dovrà essere rafforzata nelle sue diverse accezioni di etica, rispetto per il consumatore, attenzione al valore. Arricchire i prodotti di benefici emozionali, ma anche funzionali quali etichette Braille, dati nutrizionali, assistenza al consumatore. Un punto chiave da superare resta quello della trasparenza sul produttore, ancora oggi difficile da rintracciare sulle confezioni.

ascolto private labelUltimo punto cruciale è quello dell’ascolto. La distribuzione ha il grande vantaggio di presidiare il contesto in cui i consumatori acquistano e di potersi muovere attraverso diverse categorie merceologiche. Esercitare bene l’ascolto può creare un’esperienza di acquisto migliore per i consumatori e aiutarli a gettare le basi per costruire un vero brand dalle proprie marche private. Un caso è Target, catena statunitense, che attraverso l’ascolto delle esigenze dei propri consumatori ha introdotto una innovativa confezione richiudibile per i cereali della propria marca Archer Farms, segnando un punto importante sull’innovazione che, come abbiamo visto sopra, non è un territorio riconosciuto alle Private Label. Tesco, invece, ha ampliato la gamma di prodotti offerti, creando un’esperienza di consumo più ampia.

  Alessandro Santambrogio - Liquid

Social Network o Brand Community? La sfida è aperta


Sempre più Social Media. Sembra ormai essere la parola d’ordine di tutte le aziende. E così facebook è tutto un proliferare di fan page ed è teatro di una caccia spietata all’ultimo fan. Ma non sempre  l’accumulo di fan è garanzia di successo.

La pervasività di facebook (21 milioni di utenti over 18, ovvero il 75% della popolazione italiana che ha accesso a Internet) e la facilità di aprire una fan page (gestirla in modo corretto è però tutt’altra faccenda) hanno fatto passare in secondo piano le brand community, ovvero quelle create e gestite dalle aziende. Giusto per fare due esempi, quella di IKEA, pensata per parlare di casa in tutte le sue accezioni, o quella di Nike, pensata per chi ama la corsa e vuole condividere i propri risultati e lanciare nuove sfide.

Ma cosa è più efficace? Aprire una fan page o lanciare una brand community? Una ricerca sviluppata da Duepuntozeroresearch e presentata recentemente alla Social Media Week di Torino prova a gettare luce su questo dilemma.

Partiamo da qualche numero: abbiamo parlato recentemente di come il comportamento dei consumatori sul web stia rapidamente cambiando e di come l’attenzione si stia focalizzando sulla ricerca di informazioni, intrattenimento e shopping. La ricerca conferma sostanzialmente questo dato, con il 79% di utenti che legge opinioni di altri su marche, prodotti e aziende e ben il 38% che cerca la pubblicità su YouTube. Va però sottolineato come ben il 29% sia l’autore di queste opinioni, recensioni, critiche e consigli. Una massa enorme di autori (parliamo di circa 8 milioni di persone) che sono attivamente coinvolti nel processo di acquisto e che possono influenzare i consumi in modo considerevole.

Come sfruttare questo enorme potenziale di disponibilità? Se le Fan Page affascinano gli italiani così tanto che il 57% degli utenti facebook ne segue almeno una - di cui il 51% dichiara di seguirne fino a 10 e il 34% da 11 a 50 – è però vero che gli utenti realmente attivi sono molto meno e questo emerge anche dalla ricerca: il 25% non ne segue nessuna e il 39% solo poche a fronte di un 7% di superfan che le visita assiduamente integrandole con commenti o like. Più limitato, anche se in crescita, il fenomeno su Twitter dove solo il 23% segue profili aziendali.

Allora perchè scelgono di diventare fan? il 27% lo fa per motivi utilitaristici (es. partecipare a un concorso) o per necessità di relazione (porre domande o esprimere lamentele) e solo il 26% è simultaneamente consumatore e fan mentre un altro 26% è consumatore ma non si sente fan (quindi probabilmente meno attivo e meno facilmente coinvolgibile in iniziative aziendali) e il restante 21% è fan ma non consumatore (quindi di basso interesse economico per l’azienda).

Le Fan Page più seguite? Ecco la classifica di settembre appena pubblicata da Innovation Cloud con un’infografica di sintesi.

E le Brand Community? La ricerca mostra come la penetrazione sia più bassa di facebook – con il 6% degli utenti che le visita quotidianamente e il 29% almeno settimanalmente - ma è il maggiore coinvolgimento che sembra segnare la differenza tra le due modalità di relazione: il 32% degli iscritti a brand community si dichiara simultaneamente consumatore e fan (vs il 26% di facebook) mentre solo il 16% si dichiara fan senza essere anche un consumatore (vs. il 21% di facebook).

Spicca però una contraddizione: solo il 26% degli iscritti a una brand community dichiara di leggere i post pubblicati dalla marca (vs. il 45% di facebook) anche se poi la percentuale di utenti di brand community che dichiara di essere più informata sul prodotto, sulle iniziative della della marca o su altre tematiche collegate all’azienda o di partecipare maggiormente alle iniziative è più alta (in alcuni casi anche di 10 punti) di facebook. La buona notizia è che il 65% dichiara di consumare maggiormente i prodotti della marca vs. il 55 di un fan su facebook.

Per tornare alla domanda iniziale fan page o brand community? La risposta non è semplice e gli scostamenti che emergono dalla ricerca non sono poi così consistenti, fatta eccezione per alcune voci importanti (maggiore informazione su tematiche non strettamente collegate al prodotto, personalizzazione dell’azienda, legame con la marca, consumo di prodotti) su cui si può fare leva per fidelizzare e aumentare la conversione di acquisto.

L’opportunità di scelta tra le due opzioni va probabilmente ricercata tra gli obiettivi e le risorse aziendali. Gestire una brand community in modo continuativo richiede uno sforzo (in termini di gestione e di creazione di contenuti) maggiore rispetto alla gestione di una fan page. Tuttavia la possibilità di portare il consumatore all’interno del proprio mondo è enormemente più grande in una brand community dedicata rispetto a una fan page di facebook per la possibilità di personalizzazione totale dell’esperienza e dell’interazione (non va poi sottovalutato il fatto che la più recente versione del diario offre poca visibilità ai post degli utenti, lasciati fuori dal flusso principale).

Mentre entrambi gli strumenti restano importanti canali per l’ascolto diretto e il confronto, le brand community forniscono sicuramente maggiori opportunità per la co-creazione – sia per il maggiore coinvolgimento dimostrato dagli iscritti sia per la possibilità di articolare al meglio un processo complesso – e per la gratificazione reciproca come dimostra, per esempio, Il Mulino che Vorrei creato da Barilla, vera e propria piattaforma di ideazione e sviluppo di prodotti.

Le Fan Page sono invece spazi preziosi per stimolare la conversazione e la condivisione di contenuti e per rafforzare l’immagine di marca. La pagina di Red Bull, per esempio, è ricchissima di video estremi e delle ultime imprese degli atleti del toro rosso, mentre quella di YouTube mostra come il sito di condivisione non sia solo un contenitore mondiale delle produzioni video di chiunque abbia una telecamera ma possa anche essere un modo per restare aggiornati sull’attualità, in modo serio o ironico.

Fan Page e Brand Community sono alternativi? Non necessariamente. Tenendo conto delle differenze di comportamento degli utenti evidenziate dalla ricerca, la Brand Community può trarre ulteriore slancio dall’avere una Fan Page dedicata, differenziando opportunamente i contenuti e sfruttando il grande bacino di facebook per reclutare nuovi adepti.

Alessandro Santambrogio – Liquid

 

Dal prodotto al coinvolgimento: comunicare ai tempi dei Social Network


In questi giorni ho risposto ad alcune discussioni che avevo lanciato su Gruppi Linkedin riguardanti l’approccio alla comunicazione aziendale e di prodotto sui Social Network. Vorrei provare a sintetizzarle in questo post, portando anche due esempi concreti di comunicazione aziendale presi da recenti casi di successo.

1) I Social Network non servono a vendere prodotti: Un Like non è un atto di acquisto e nemmeno una promessa. Usare una pagina facebook (o un altro social network) come una versione del proprio catalogo significa usarlo come una pagina pubblicitaria o poco più. I Social Network sono luoghi di relazione più che mezzi di comunicazione.

2) I Social Network sono uno strumento di business: inteso nella sua accezione più ampia. Sono innanzitutto un potente strumento di branding, in grado di migliorare le reputazione di un’azienda. Possono essere ottimi strumenti per la gestione della relazione post vendita, per raccogliere commenti o suggerimenti, per costruire comunità di pratica più o meno estese per fare knowledge management, per gestire crisi aziendali in tempo reale …. e molto altro.

3) I Social Network servono a vendere meglio i propri prodotti: una contraddizione con il Punto 1? Solo apparente. I Social Network non servono a vendere direttamente prodotti. Ma, se utilizzati nel modo corretto, permettono di creare relazioni con i propri consumatori e potenziali clienti tali da potere costruire un vantaggio competitivo e, di conseguenza, aiutare l’azienda a emergere nella competizione.

Come riuscire in tutto questo?  Permettetemi un’autocitazione con una slide presa dal corso sulla Progettazione della Comunicazione Integrata che tengo allo IULM di Milano. La base della relazione sui Social Network è la conversazione. E su cosa si basano le conversazioni?

Quando si incontrano, le persone non intavolano conversazioni su caratteristiche di prodotto o marchi, ma su interessi, esperienze, valori, contenuti.

Maggiore è la possibilità di partecipare e più viva è la conversazione. La stessa cosa va replicata sui Social Network.

Cosa serve per fare questo? servono storie che raccontino argomenti di interesse per gli interlocutori in modo da coinvolgerli e generare risposte.

E veniamo agli esempi promessi nell’introduzione Si tratta di due video che , in queste settimane, hanno avuto una enorme diffusione virale.

Ecco il primo, che si intitola From Love to Bingo

E’ la storia della vita in 873 immagini, rapidissime, frenetiche, emozionanti: dalla nascita di un amore alla vecchiaia trascorsa in una sala Bingo. Parla di prodotto? NO, parla della vita, di emozioni.  Argomenti di fortissima identificazione perché tutti abbiamo provato, o proveremo, ciò di cui parla il video. Parla del prodotto? SI. perché chi l’ha realizzato è Getty Images, una banca immagini, ovvero vende fotografie a chi, agenzie o aziende, le utilizza per la propria comunicazione. Il video è interamente realizzato con immagini tratte dall’archivio. E quindi il prodotto è totalmente protagonista. Pur senza mai essere menzionato esplicitamente.

Il secondo, Coca Cola Security Cameras, vuole dare una prospettiva diversa al mondo visto dalle telecamere di sicurezza: non più furti, incidenti, scene di violenza ma …

Scene rubate dalla vita quotidiana: tenere, divertenti, eroiche, comunque cariche di ottimismo e positività.  Parla di prodotto? NO. La marca appare solo nel finale, come firma. Parla del prodotto? SI. Perché il video incarna i valori che la marca vuole rappresentare: open happiness, aprite la strada alla felicità. Qui sono i valori di marca e di prodotto a essere protagonisti della storia e a creare un legame emotivo molto forte con chi guarda.

Contenuti di questo tipo, oltre alla viralizzazione, si prestano molto bene a costruire altre forme di interazione e a prolungare la comunicazione: stimolare contenuti generati dagli utenti, aggregarli in concorsi, richiedere storie personali e molto altro. Il tutto per creare una connessione più profonda con gli interlocutori. Senza cercare per forza di vendere un prodotto.

Alessandro Santambrogio - Liquid

Social Media: sono davvero efficaci per comunicare le aziende?


In un recente articolo, il Wall Street Journal affronta il tema dell’efficacia dei Social Media per il branding delle aziende: sono davvero così fondamentali per innescare conversazioni e per contribuire alla crescita di valore di una marca?

Ormai da tempo si dibatte sul reale valore dei fan delle pagine aziendali e su quale tipo di relazione si possa costruire con loro. Il punto cruciale è verificare l’effettiva interazione e il valore di questa interazione per il brand. In realtà le ultime ricerche mostrano che all’incirca solo l’1% dei fan delle pagine aziendali su facebook è effettivamente attivo. Il 99% semplicemente si iscrive e poi non sviluppa attività di alcun tipo.

Secondo la ricerca, invece, più del 90% delle conversazioni relative a marche o prodotti avviene offline, prevalentemente di persona: uffici, ristoranti, negozi, case appaiono tutti posti migliori dei Social Network per fare ciò che più interessa alle aziende: coinvolgere attivamente i propri consumatori come ambassador.

I Social Network non sono quindi quel Santo Graal che le aziende si aspettavano per comunicare facilmente a centinaia di migliaia di consumatori a basso costo? Si e No. Come al solito occorre andare oltre i puri numeri e vedere come le aziende utilizzano i Social Network: nella grande maggioranza dei casi si utilizza una piattaforma 2.0, pensata per l’interazione, con modalità 1.0, ovvero prevalentemente monodirezionali.

A partire dagli stessi Social Media, Facebook in primis, che usano un modello di business ancora prevalentemente basato sulla pubblicità tradizionale (il cosiddetto display advertising): una contraddizione in termini pensando che il plus dei Social Network è proprio la possibilità di instaurare comunicazioni interattive. Come dire che i Social Network non credono nel prodotto che propongono alle aziende. Se si parte da questi presupposti si possono capire meglio le ragioni dell’insuccesso dell’IPO di Facebook che, dopo avere chiuso allo stesso prezzo del fixing, sta già subendo pesanti perdite. Ma su questo aspetto torneremo in un altro post.

Il punto cruciale è sui contenuti: le aziende che riescono a diventare oggetto di conversazioni sono quelle che costruiscono storie degne di essere raccontate. Indipendentemente dalla piattaforma. L’errore fondamentale è quello di partire da quello che l’azienda vuole comunicare e dalla piattaforma da utilizzare anziché da quello che i consumatori vogliono ascoltare e di come questa necessità possa integrarsi con il posizionamento della marca e del prodotto. Quando Nike ha creato la piattaforma Nike+ è partita dall’idea di rendere unica l’esperienza della corsa, aggiungendo valore al singolo utilizzatore e permettendogli di confrontare le prestazioni con altri appassionati, amici o sconosciuti. In una parola ha creato contenuti in grado di generare storie personali. Con un investimento consistente. Ciò che si vede troppo spesso sul web e sui Social Network sono invece solo copie online della comunicazione tradizionale. Non basta lo spazio per aggiungere commenti o Like sotto a un post per trasformare la foto di un prodotto in una campagna di Social Media Marketing.

Ora, credo che affermare che i Social Network non siano in grado di fare branding sia un po’ come basare il modello di business di Facebook sulla pubblicità tradizionale o, per usare un’altra metafora, come prendere una Formula1 per correre il rally dei Mille Laghi sugli sterrati finlandesi. Ovvero usare uno strumento potente per fare ciò per cui non è nato.

I Social Network possono essere potenti strumenti di branding ma bisogna cambiare mentalità e approccio.

La prima rivoluzione culturale è quella di partire da contenuti che siano in grado di raccontare storie che mettano gli interlocutori – e non l’azienda – al centro dell’interesse. Un approccio valido non solo sui Social Media, ma in grado di scatenare passaparola sia online sia offline.

Ma costruire contenuti richiede investimenti. Ed è qui che deve partire la seconda rivoluzione culturale: per utilizzare tutte le potenzialità del digital bisogna ribaltare il concetto tipicamente pubblicitario secondo il quale il costo del contenuto (per esempio lo spot) è una frazione di quello del media (lo spazio pubblicitario). Sul web il contenuto, e la sua capacità di generare storie, e quindi di conquistarsi spazi, è il vero investimento.

Ma c’è una buona notizia: i contenuti validi e le buone storie funzionano online e offline permettendo di ottimizzare l’investimento. Lo sa bene, per esempio, un’azienda come Red Bull che ogni anno investe centinaia di migliaia di euro nella produzione di contenuti che creano innumerevoli conversazioni in rete e nel mondo reale.

Ma allora qual è la verità? Fare bene branding non è facile né online né offline. Ma, in fondo, le regole del buon branding sono le stesse in entrambi i mondi. E, soprattutto, vale sempre la buona prassi di presidiare entrambi i mondi in modo integrato e coordinato perché in comunicazione non esiste più un solo canale vincente.

Alessandro Santambrogio - Liquid