Essere Comunicazione: come i Social Media cambiano lo sport


Molto si è parlato dell’esplosione dell’utilizzo dei Social Media durante l’ultimo Superbowl. I risultati di condivisione sono stati sorprendenti e indice di un trend in fortissima crescita. Ma i Social Media stanno anche cambiando radicalmente il modo con cui le aziende comunicano – almeno le poche che hanno iniziato a utilizzarli in modo corretto – permettendo accesso istantaneo alle persone chiave e più rappresentative, ma anche trasformando in altrettanti ambassador tutti i dipendenti.

In un mio post del 10 gennaio su questo blog avevo già parlato della differenza fondamentale tra “fare comunicazione” – lo schema tradizionale in cui a una funzione aziendale viene delegata la creazione e la gestione del flusso di comunicazione – e “essere comunicazione” – in cui la convergenza tra comunicazione esterna e interna trasforma l’intera organizzazione in produttrice e creatrice di contenuti.

I New York Giants, la squadra vincitrice, sono un buon esempio di questo approccio, potenziato e permesso proprio dai canali digitali, nessuno escluso. Quando domenica scorsa i Giants hanno affrontato i Patriots nello stadio di Indianapolis, a distanza di soli quattro anni dall’ultima finale in cui si erano affrontati, il mondo della comunicazione era cambiato radicalmente: nel 2008 Twitter era appena nato, Facebook aveva “appena” 100 milioni di utenti e l’idea di Google+ era ben lontana dalla mente di Larry Page. Oggi Facebook conta più di 850 milioni di utenti, Twitter sta diventando un metamedia che unisce sport e media tradizionali, Google+ ha sfondato il muro dei 100 milioni di utenti e YouTube è diventato la risorsa standard per ricercare e condividere videonotizie.

Sam Laird, in un articolo apparso su mashable.com, ci fa scoprire come i Giants, una delle squadre più avanti nell’utilizzo dei cosiddetti new media, abbiano trasformato la loro strategia di comunicazione abbattendo tutte le barriere tra i fan e la squadra.

Il Superbowl è stato utilizzato come un potente veicolo di condivisione e affiliazione sui Social Network: un bottone inserito nel sito della squadra prima del SuperBowl ha permesso di seguire su Twitter più di una dozzina di giocatori, con un solo click;  nei giorni precedenti il match, un giocatore ha seguito la squadra riprendendo un insolito dietro le quinte, ma 10.000 nuovi fan di Facebook hanno dovuto cliccare sul fatidico Like prima di potere accedere al contenuto. Il martedì precedente la squadra ha organizzato una Social Media Night, durante la quale alcuni giocatori hanno partecipato a un webcast in diretta con i propri fan, mentre altri quattro giocatori hanno creato altrettanti Hangout su Google+, ciascuno con cinque fan scelti tra le proprie cerchie. C’è stato chi ha chiesto agli atleti cosa mangiavano prima di entrare in campo e chi invece cosa passasse nella loro testa prima di un momento così speciale. Ogni domanda, e ogni risposta, hanno però creato un momento di condivisione intimo e profondo con i giocatori e la squadra impensabile fino a una manciata di anni fa.

Dopo la vittoria il sito dei Giants permette di scaricare badge per Twitter e Facebook e, ovviamente, di acquistare il merchandising ufficiale e contiene molto materiale video da condividere con interviste ai giocatori e all’allenatore e l’invito alla parata celebrativa.

Tutta la squadra, dal quarterback stellare Eli Manning fino ai giocatori meno conosciuti diventa così un unico strumento di comunicazione che ingaggia i fan nei territori più diversi con l’unico obiettivo di trasmettere e ravvivare la passione per i Giants. Ogni evento diventa un’occasione di incontro e condivisione. Ogni incontro una possibile conversione in acquisto di biglietti o merchandising – perchè, alla fine, anche qui quello che conta è il business. Tante voci, tante sfumature ma un solo messaggio sintonico: Go Giants!

Alessandro Santambrogio – Liquid

Fare o Essere Comunicazione? Questo è il dilemma


Content is King. Il Contenuto è il Re. Questa la regola base per avere successo nella comunicazione contemporanea: produrre contenuti in grado di interessare i propri destinatari, ingaggiarli, renderli partecipi, farli diventare essi stesi emittenti dei nostri messaggi o spingerli a co-produrre contenuto. In una parola: coinvolgerli attivamente anziché lasciarli spettatori passivi

Ma quale impatto ha questo assunto sull’organizzazione aziendale? E come deve evolvere la comunicazione aziendale?

Produrre contenuti è un impegno serio e costante, e su questo fronte le aziende italiane mostrano un forte ritardo (come racconta una ricerca dell’Università di Udine). Ma troppo spesso si sottovaluta come l’azienda stessa sia un potente e continuo produttore di contenuti. Quali? certo i nuovi prodotti sono il contenuto più ovvio e raccontato; ma anche le storie di chi li ha creati, di come il prodotto si inserisca nella storia aziendale e nella continuità o, invece, segni una svolta e un cambiamento, le informazioni su come viene prodotto e le storie di chi lo produce, la rilevanza che l’azienda ha per le comunità locali sede degli stabilimenti e molto altro ancora sono contenuti di interesse per pubblici diversi, più o meno vasti, esterni o interni all’azienda. Già, perché non bisogna dimenticarsi che dipendenti, collaboratori e fornitori sono sempre, potenzialmente, i primi ambasciatori del marchio presso le rispettive comunità.

Tutto semplice allora? Non proprio. Cogliere questa opportunità significa essere in grado di modificare il proprio approccio alla comunicazione. Dal “fare” la comunicazione, l’azienda deve trasformarsi in “essere” comunicazione. Un’entità che, in tutte le sue parti, comunica verso l’esterno e verso l’interno coinvolgendo i diversi interlocutori con canali, contenuti e messaggi diversi.

Chi ha detto che un direttore di produzione non possa comunicare con i fornitori (o con l’ufficio acquisti), raccontando l’azienda dal suo punto di vista e scambiando esperienze, opinioni e informazioni utili al suo lavoro? o che un agente non possa abbandonare il copiacommissioni e portare i clienti sul sito dell’azienda (o accendere l’iPad per i più evoluti) e farli colloquiare con il responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo (o con l’imprenditore) per capire meglio quali siano le esigenze reciproche? o perché un consumatore deve attendere l’uscita delle riviste per scoprire le nuove collezioni del marchio moda preferito invece di essere coinvolto direttamente nella sfilata?

Un salto culturale - dato che le tecnologie per farlo sono tutte e ampiamente disponibili – che richiede, innanzitutto, uno sguardo nuovo verso l’interno dell’azienda da parte di chi sovrintende alla comunicazione per trovare le storie, ma anche lo sviluppo di un approccio nuovo al rapporto cliente-fornitore (interno o esterno che sia) in un’ottica di scambio reciproco e un costante impegno a valorizzare i propri contenuti verso i clienti.

Un esempio di eccellenza viene da Burberry, lo storico marchio moda, che da qualche stagione ha radicalmente trasformato il suo modo di comunicare e sta guidando l’innovazione nel settore moda aprendosi a una platea planetaria di consumatori soprattutto attraverso i canali digitali e i social media.

Rompendo un tabù decennale che ha sempre visto i giornalisti moda come destinatari privilegiati della comunicazione, nelle ultime sfilate di settembre le uscite in passerella erano anticipate da tweet. Solo durante la mezz’ora di sfilata sono state oltre 50.000 le visite alla galleria fotografica dei look a cui rimandavano i tweet. Inoltre la sfilata, e anche il backstage e le interviste alle celebrity, è stata trasmessa integralmente in live streaming in HD sia sul canale facebook (9 milioni di fan a settembre) sia su quello YouTube con più di 20.000 iscritti e in 50 punti vendita nel mondo. Inoltre i fan potevano ospitare lo streaming nelle proprie bacheche, ampliando ulteriormente la platea.

La strada innovativa di Burberry viene però da lontano: è stato il primo marchio a trasformare la propria sfilata in uno show olografico in 3D  a Pechino e a abilitare l’acquisto online di alcuni capi direttamente dallo streaming della sfilata.

Nel 2009 già lancia Art of the Trench, un microsito – collegato ad app sui principali Social Network – dedicato al capo simbolo del brand inglese. Qui gli utenti possono caricare le proprie foto e le storie che li legano all’impermeabile simbolo anche di personaggi cinematografici personalizzando la relazione con la marca e con il prodotto.

La tradizione (gli inglesi direbbero l’heritage) di una marca storica (ha recentemente festeggiato 155 anni) e dei suoi prodotti viene quindi costantemente attualizzata e personalizzata attraverso un uso della tecnologia non fine a se stesso, ma per creare relazione.

Alla guida di questa trasformazione, Christopher Bailey, il direttore creativo, che è impegnato direttamente nello sviluppo della comunicazione tanto quanto nella creazione delle collezioni. Una sinergia che la dice lunga su come prodotto, brand, attività, persone siano sempre più un tutt’uno comunicativo inscindibile. Su come non sia più possibile, per i CEO o gli imprenditori, demandare la comunicazione, ma debbano essi stessi iniziare a vedere tutto sotto la lente della comunicazione.

Questo richiede un impegno anche personale. Anche di questo  Bailey è consapevole, tanto che posta regolarmente sulla pagina aziendale facebook e dialoga con gli utenti rispondendo alle loro domande e chiamandoli per nome. Un modo per abbattere le barriere e personalizzare l’azienda.

Burberry è citato come case history di successo anche nell’inchiesta  Facebook Likes Fashion! recentemente pubblicata da Pambianco News che analizza il rapporto tra i marchi moda e il più popolare tra i Social Network. L’inchiesta cita il lancio del profumo Burberry Body, anticipato con una campagna facebook in cui, chi diventava fan della pagina, poteva richiedere un campione omaggio. Il risultato? 225.000 campioni richiesti in una settimana e aumento del 40% delle iscrizioni.

Parafrasando un celebre detto, si potrebbe quindi dire Content Matters, il Contenuto è Importante. E impatta sulle prestazioni digitali. La ricerca cita che la pagina Facebook di Burberry ci ha messo un anno per raggiungere quota 1 milione di fan, sei mesi per raddoppiare e 1 solo mese per arrivare a quota tre milioni. E da allora viaggia più o meno stabilmente al ritmo di 1 milione al mese tanto che a fine 2011 ha superato la boa dei 10 milioni.

Certo, direte voi, facile coinvolgere gli utenti se ti chiami Burberry o Victoria’s Secret e hai un brand moda forte. In realtà non è proprio così vero. A Los Angeles c’è una piccolissima impresa di fast food ambulante: niente più di due furgoni che vendono un particolare tipo di menù Coreano seguendo un itinerario di fermate. Il cibo è particolare e ha un suo seguito, una gruppo di veri e propri fan. L’idea brillante? usare Twitter per raggruppare ed espandere la community, informare in modo rapido, anche sul cellulare, sulle prossime fermate del furgone, sul menù del giorno e sulle offerte in modo da permettere, a chi fosse interessato, di raggiungere in tempo la fermata. L’idea ha riscosso successo e, ogni giorno, continua a portare persone che fanno la coda.

Chiudo con un aneddoto personale: qualche anno fa, quando ancora lavoravo in agenzia, approfittammo di un G7 a Firenze per far recapitare a Hillary e Chelsea Clinton, che accompagnavano l’allora Presidente Bill, alcuni prodotti di un cliente. Passa un mese e arriva in agenzia una lettera racchiusa in una busta intestata della Casa Bianca. L’apriamo con un po’ di meraviglia  e, sorpresa, conteneva una lettera di ringraziamento per il regalo con firma autografa (chi può confutarlo in ogni caso? :-) di Hillary Clinton.

La morale? Non importa se sei un brand moda planetario, uno sconosciuto fast food ambulante coreano o la Casa Bianca. L’importante è essere consapevoli che ogni cosa che fai può avere interesse per il tuo pubblico, può lasciare un ricordo positivo, può farti guadagnare un cliente. E agire di conseguenza. Solo allora potrai dire di non “fare” comunicazione ma di “essere” comunicazione.

Alessandro Santambrogio - Liquid