Strategie aziendali in crowdsourcing: è possibile? | Aziende collaborative


Collaborative Strategic Planning, ovvero come trasformare lo sviluppo della strategia di business in uno strumento collaborativo. Può l’intelligenza collettiva fare meglio di manager superesperti e superpagati?

In questo blog abbiamo già toccato in passato il tema di come ristrutturare la leadership per affrontare le sfide future e di come l’intelligenza collettiva interna all’azienda sia spesso uno strumento competitivo efficace che, se non ascoltato, può anche portare al disastro.

Uno degli ultimi numeri della newsletter di McKinsey affronta un tema profondamente collegato a quello di cui si parlava e sempre più di attualità nell’era digitale, ovvero lo sviluppo delle strategie aziendali attraverso gli strumenti collaborativi.

L’articolo prende spunto dal caso di Wikimedia (e chi altri se no?)  che, nel 2009, lanciò un wiki per raccogliere indicazioni dal popolo del web su quale dovesse essere la strategia futura. All’appello risposero ben 1.000 persone che contribuirono con 900 proposte che, attraverso un successivo processo interno, venero organizzate, esaminate categorizzate e studiate da apposite task force per elaborare, due anni dopo il lancio, un piano strategico coerente completo di valori, credenze, priorità e impegni. Un potente sforzo collettivo che, oggi, viene alla luce attraverso il lavoro di team che sviluppano le singole proposte.

Fantascienza? Un caso impossibile da replicare? Non proprio. Anche se sono ancora un numero limitato, le aziende che iniziano a fare ricorso all’intelligenza collettiva per sviluppare il proprio business iniziano a essere numerose. Lo stesso articolo ne cita diverse (alcune notissime come 3M) e altri casi si possono trovare nel libro “The Social Organization” di Anthony J. Bradley e Mark P. McDonald, forse il migliore testo che racconta come trasformare l’azienda in un’organismo sociale e trarre vantaggio dall’intelligenza collettiva di dipendenti, clienti e collaboratori.

Certo, non è semplice e la strada del successo è lastricata di molti cadaveri. Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il punto critico della collaborazione sociale non è però tecnologico, ma culturale. Occorre ripensare i processi decisionali e, soprattutto, serve un cambiamento di ruolo del management che, da decisore, deve diventare facilitatore di processo.

Ma perché affrontare questa sfida? Perché il mondo è diventato troppo complesso per essere governato con un unico punto di vista, come oggi avviene nella stragrande maggioranza delle aziende in cui è l’Amministratore Delegato (o il proprietario) a guidare: con la propria esperienza, visione, credenze, competenze che, sempre più, sono solo una parte di ciò che serve per prendere le giuste decisioni.

Certo, il salto culturale è probabilmente stato più facile da affrontare in Wikimedia: un’azienda giovane, flessibile, che opera nel web con le logiche del web e, soprattutto, ha fatto del ricorso all’intelligenza collettiva la chiave del proprio business model. Ma anche aziende strutturate come 3M hanno applicato con successo il metodo per identificare mercati futuri ad alta potenzialità, aggregando più di 1.200 persone di 40 nazioni diverse.

La potenza della creazione collaborativa è proprio nei numeri: nella quantità di idee e proposte ad alto valore aggiunto che è stato possibile generare in breve tempo. Raggiungere gli stessi risultati con metodologie tradizionali avrebbe richiesto tempi e investimenti enormemente più lunghi e, soprattutto, non avrebbe trasmesso il senso di partecipazione e coesione che queste iniziative generano in azienda.

Ma quali sono gli ingredienti per avere successo in una sfida collaborativa? Sono sostanzialmente quattro:

- la Community: va accuratamente selezionata perché a obiettivi diversi corrispondono community di riferimento diverse. Per esempio la community di riferimento del progetto 3M, mirato all’identificazione di nuovi mercati,  era costituita dal personale delle divisioni Commerciale, marketing e Ricerca &Sviluppo di tutte le nazioni. In altri casi può essere più indicato coinvolgere i clienti o i fornitori o altri stakeholder ancora.

- l’Ambiente Collaborativo: da non confondere con la tecnologia in sé e per sé. L’ambiente deve essere coerente con gli scopi (un ambiente di tipo wiki è sostanzialmente diverso da quello di un social network) e deve includere tutti gli strumenti di intervento, condivisione, aggregazione, votazione, ecc. necessari a raggiungere gli scopi.

- l’Obiettivo: il motivo della chiamata al ricorso all’intelligenza collettiva deve essere chiaro, immediato e deve toccare gli interessi delle persone a cui si rivolge in modo profondo. In una parola, deve fare percepire che il contributo di chi viene chiamato a esprimersi ha un ruolo importante

- il Processo: raccogliere contributi diversificati e molteplici, analizzarli categorizzarli ed estrarne i principi positivi è il lavoro chiave. Sbagliare la struttura del processo fa la differenza tra il successo e il fallimento. E’ anche il punto in cui si gioca la partita culturale critica per il management perché tutto il lavoro svolto può essere vanificato se non si pone attenzione a selezionare le idee e a valutarne la fattibilità con una mentalità aperta e collaborativa.

In sintesi, il ricorso all’intelligenza collettiva non è un percorso facile. Richiede un salto culturale notevole e uno sforzo organizzativo altrettanto imponente. Ma ciò che si raggiunge quando si opera in modo corretto crea un valore enormemente superiore a quello che si sarebbe potuto raggiungere con i metodi tradizionali.

Alessandro Santambrogio - Liquid

Il peggiore nemico della motivazione? Il capo | Aziende Collaborative


Qual è il fattore più importante che può motivare le persone nel loro lavoro? Registrare progressi in un lavoro significativo. Qual è l’azione più frequente che, consapevoli o meno, compiono i manager di ogni livello? togliere importanza al lavoro svolto dai propri riporti. Come dire che, mentre per anni le aziende investivano in corsi di leadership affinché i propri manager imparassero a gestire e motivare le proprie persone, questi continuavano imperterriti a sminuire l’importanza delle idee o del lavoro del proprio team, a distruggere il senso di appartenenza spostando persone nei gruppi di lavoro prima che il progetto fosse finalizzato, cambiando continuamente obiettivi inducendo nel team il dubbio di non riuscire mai a finalizzare il compito o mancando di tenere aggiornati i propri subordinati sui cambiamenti e sulle motivazioni.

Questi sono i risultati di una ricerca pluriennale condotta da McKinsey e pubblicata nel libro The Progress Principle, Un aspetto preoccupante perché i passi avanti e i successi nel proprio lavoro potenziano quello che gli autori della ricerca chiamano “inner work life” ovvero quel flusso costante di emozioni, sensazioni, motivazioni e percezioni che costituisce la naturale risposta dell’individuo alla giornata lavorativa. Oltre a influire sul benessere personale, disgregare l’inner work life ha anche un effetto economico deleterio: le persone con un buon livello di inner work life sono più creative, produttive, meno conflittuali, più collegiali nella gestione rispetto a chi ne è privato.

Ma la ricerca sottolinea anche un altro aspetto importante: non sono tutti i progressi a essere importanti, ma solo quelli relativi a un lavoro ritenuto significativo per la persona che lo compie.

Ai quasi 700 manager, di tutti i livelli e industry di appartenenza, su cui è stata sviluppata la ricerca è stato chiesto di mettere in ordine di importanza per la motivazione dei dipendenti questi 5 fattori: incentivi, riconoscimenti, chiarezza di obiettivi, supporto interpersonale e progresso nel proprio lavoro. Solo l’8% ha indicato il progresso come il motivatore più importante. Uno scollamento notevole rispetto a quello che viene invece percepito dai propri riporti.

Mediocrità, disallineamento tra comportamenti enunciati e applicati, mancanza di visione strategica, indecisione, continui cambi di rotta, obiettivi irraggiungibili: sono tutte trappole in cui sono caduti gran parte dei manager oggetto della ricerca. Risultato? dipendenti demotivati, disorientati, svuotati di capacità decisionale e minore produttività e profitti.

Dalle best practice esaminate nella ricerca, emergono anche chiare indicazioni su come comportarsi:

Fornire ai dipendenti la visione della strategia (gli obiettivi e come raggiungerli) e, soprattutto, la comprensione dei benefici che può apportare alla comunità e il loro ruolo in questo

Mantenere la prospettiva dei dipendenti, ovvero cercare sempre di capire come vengono interpretate certe decisioni

Non scollegarsi dalla realtà

Ma non serve andare fino negli Stati Uniti. Una recente ricerca ha rivelato che anche in Italia un dipendente su due non è motivato.

Allora cosa svela questa ricerca? Una volta di più racconta una piccola verità che appare però sempre molto difficile da realizzare in azienda, ovvero: la diffusione della consapevolezza genera motivazione, innovazione e, in ultima analisi, profitti.

Perché è così difficile? perché generare consapevolezza significa promuovere tutti i dipendenti a persone, dare voce alle loro opinioni, raccoglierle, rispettarle, valutarle e realizzarle. Significa, soprattutto, dare sfogo all’intelligenza collettiva e cambiare le modalità su cui si è costruito il concetto di leadership degli ultimi trent’anni.

La diffusione delle tecnologie 2.0 ha profondamente modificato gli scenari e le persone hanno imparato a essere protagoniste, si sono accorte che hanno una voce e che possono usarla per farsi sentire direttamente dalle aziende e dalle altre persone. In azienda questo fatto viene troppo spesso dimenticato e la comunicazione verso i dipendenti continua a essere dirigista e, soprattutto, priva di elementi in grado di generare consapevolezza e indurre presa di coscienza.

La vera sfida, quindi, prima che di comunicazione o di tecnologie e tecniche da applicare, è culturale. I manager devono sempre più diventare facilitatori e agevolatori dei processi, devono sapere trasferire – e garantire – empowerment e fare emergere e incoraggiare le energie positive del proprio team.

Alessandro SantambrogioLiquid